L'ultima edizione della 500 Miglia di Indianapolis ha visto la vittoria di Marcus Ericsson, maturata in un contesto da underdog per il pilota di Chip Ganassi. Lo svedese porta a casa un successo importantissimo per la sua carriera ed evidenzia su più livelli come i piloti di scuola europea risultino integrati nel meccanismo dell'IndyCar che sembra avere ritrovato forma, slancio ed attrattività simili a quelle dei primi Anni Novanta.

Trionfo ad Indianapolis

Oggettivamente parlando, prima del via, Marcus Ericsson non risultava tra i contendenti più sotto i riflettori nell'ottica della vittoria finale ad Indianapolis. Del resto, tanto per fare un esempio tra i piloti schierati dallo stesso Ganassi, i risultati precedentemente raccolti mettevano Scott Dixon in una posizione più prominente. La bellezza della gara sul catino più famoso del mondo va cercata in quella porta quasi sempre aperta nei confronti di outsider ed underdog.

Indipendentemente da una condotta di gara piuttosto lineare che lo ha visto "saltare fuori dal mazzo" nel momento e nella posizione giusti, l'effige dello svedese troverà spazio sull'enorme Borg-Warner Trophy, diventando di sicuro uno dei momenti più alti, se non il più alto, della sua carriera. Il curriculum di Ericsson, a parte Indy 500, non presenta chissà quali vette epocali, ma testimonia di un onesto pilota passato nella trafila delle formule propedeutiche giapponesi ed europee, giunto poi in F1.

Cinque su trentatré

La scalata di Ericsson verso la massima Formula trova un'indubbia agevolazione nella dote fornita dagli sponsor. La valutazione di tale dote? Intorno agli 11 milioni di euro all'anno, calcolata ai tempi dell'ingresso in Caterham. L'avventura dello svedese in F1 finisce nel 2018, quando i suoi buoni uffici non bastano a garantire un posto da titolare in Alfa Romeo Sauber, struttura, in quella configurazione, che ha fatto il suo agevolando il debutto di Charles Leclerc. Passato in IndyCar, nel 2019, Marcus trova letteralmente...l'America.

Marcus Ericsson, in pista a Indy 500 con una colorazione vintage del casco, fa parte dei cinque piloti, su trentatré partenti dell'edizione 2022, con trascorsi in F1. Romain Grosjean, Takuma Sato, Juan Pablo Montoya ed Alexander Rossi accompagnano, da ex-driver nella massima Formula, lo svedese su una griglia dove all'incirca la metà dei partenti ha esperienza nelle Serie europee. Particolare che non va trascurato, considerando i programmi "Road to Indy" ed Indy Lights.

Riscatto della Serie

I tentativi di Fernando Alonso nella scalata alla 500 Miglia di Indianapolis, per quanto recentemente ridimensionati da alcune recenti dichiarazioni, hanno creato la cosa più vicina alla "Mansell-mania" del 1993, quando il Leone inglese aveva sorvolato (sportivamente parlando) l'Oceano. L'acquisizione del campionato IndyCar da parte di Roger Penske ha riproiettato la Serie Americana in una dimensione con respiro globale, decaduta nell'oblio con l'ingresso nel nuovo Millennio e le crepe indotte da The Split.

La parabola di Ericsson (simile a quella di Grosjean, Ilott e Rosenqvist, tanto per citare "traiettorie" verso la F1 simili) ha visto la necessità di prendere sul serio la sfida di adattarsi ad una Serie di alto livello con piloti di esperienza e provenienti da un background (fatto di corse su stradali, cittadini e, soprattutto, ovali) più affine alla categoria. La F2 e le formule addestrative europee non preparano a tutto questo. Anzi si posizionano su un universo parallelo. "Per molti anni, anche quando ero in F1, non mi sembrava che l'IndyCar rappresentasse una scelta naturale", aveva dichiarato tempo fa lo svedese.

Impegno

Alex Albon, nell'anno sabbatico fuori dalla F1, aveva tentato un aggancio con la Serie a ruote scoperte americana. Nico Hulkenberg ha testato l'Arrow McLaren SP al Barber Motorsports Park lo scorso ottobre. Nonostante la possibilità di chiudere un accordo per correre, il tedesco ha declinato, preferendo rimanere in Europa ed attuando una precisa scelta di carriera. L'epoca romantica della poliedrica "Triple Crown" è lontana. I brutti episodi tipo la gara di Las Vegas in cui perse la vita Dan Wheldon paiono essere dietro l'angolo. Come in tutti gli ambiti professionistici dell'automobilismo, l'impegno si porta dietro molto lavoro.

Fernando Alonso nel suo primo assalto ad Indy 500 passava molto tempo al simulatore. Nigel Mansell, ai tempi, aveva studiato sulle videocassette come comportarsi e prendere la misura su concorrenza e tracciati. Ericsson (ma il ragionamento può trovare applicazione anche su Grosjean) ha avuto un inizio balbettante, ma il trasferimento in un top team come quello di Ganassi ha poi consolidato le prestazioni, rendendole fruttifere. La 500 Miglia di Indianapolis di ieri fornisce un esempio calzante.

Buona salute ed opportunità

Per fortuna dell'IndyCar, la Serie ora gode di buona salute e ritrovata vitalità. Non solo: l'IndyCar ora viene vista come un'alternativa da considerare e, nel caso, prendere sul serio. Probabilmente non assisteremo ad un trasferimento in massa dall'Europa agli USA. In ogni caso ora l'IndyCar rappresenta qualcosa nelle menti di coloro che una volta avrebbero potuto avere occhi solo per la F1, soprattutto in vista della costruzione di una carriera. Fino a poco tempo fa nessuno pensava davvero all'IndyCar come "salto" dall'Europa. Le esperienze di Ericsson, Grosjean ed Alex Palou hanno dimostrato che l'America non è più un vicolo cieco, ma un'opportunità di carriera.

Luca Colombo