IRL 1996
Michele Alboreto impegnato nel campionato IRL

Nel 1996 in America prendeva via il primo campionato IRL. L’impensabile si era materializzato: negli USA, una mattina, si ritrovarono con due serie maggiori a ruote scoperte in diretta concorrenza. Una storia incredibile e surreale che finirà con il rivelarsi tossica per l’automobilismo USA. Riguardiamo, venticinque anni dopo, cosa ha portato alla formazione dell’IRL e alla prima gara di questo prodotto, in un turbinio di tantissimo way-of-life a stelle e strisce, Topolino ed un meraviglioso cameo di Michele Alboreto.

Terremoti e scossoni a ruote scoperte

Regola aurea ed universale da tenere bene a mente: dove girano soldi, gli attriti interni possono aumentare a dismisura e c’è sempre qualcuno pronto a farti le scarpe. Il mondo gira così.

Nell’universo delle ruote scoperte possiamo trovare molti esempi di serie in fotocopia, che si annichiliscono a vicenda, specie nella galassia delle Formule propedeutiche. Il rise and fall di queste categorie dipende da motivi finanziari e/o geografici, a seconda di come i vari interessi muovano il mercato, soprattutto a livello di forniture.

Per le serie maggiori il discorso cambia. Nessuno immagina di imbastire un clone della Formula 1. O quasi: ci siamo andati vicini tra il 2009 e il 2010, all’indomani della discussione del primo budget cap. La manovra, però, aveva una sfumatura molto politica nei confronti del tandem Ecclestone – Mosley e, ca va sans dire, alla fine non è successo niente.

Born in the USA: Dan Gurney vs USAC

In Europa forse abbiamo più riguardo nei confronti dello status quo, discorso che pare non valere negli USA. In America, storicamente, i campionati maggiori sono affari di famiglia, così come l’impianto icona: il catino di Indianapolis.

Nel 1979 il “White paper” di Dan Gurney mette in discussione la creatura di Tony Hulman, proprietario dello Speedway a Indianapolis, ovvero la USAC. Senza addentrarsi troppo nei dettagli, Gurney, per la maggiore serie americana a ruote scoperte, vede un futuro migliore in una riorganizzazione che passa per la spartizione degli introiti tra ente organizzatore, USAC, e scuderie.

Dan Gurney e un manipolo di proprietari di scuderia (tra i quali notiamo Roger Penske) formano il campionato CART (delle scuderie), contrapposto al campionato USAC (degli organizzatori e…di Indianapolis). Lo strappo rientra nel 1983: la CART diventa il campionato maggiore a ruote scoperte, mentre la USAC può continuare a dettare legge su Indy 500 ed accogliere il campionato CART nella classica tra le classiche.

Tony George: ritorno alle radici?

La riconciliazione fa bene alle ruote scoperte americane: l’IndyCar diventa sempre più l’orgoglio e l’identità motoristica sportiva americana. Vale la pena notare che la spocchiosa Formula 1 degli Anni Novanta guarda con un po’ d’invidia in America, lido attrattivo nel 1993 (su diversi livelli) per Nigel Mansell e Ayrton Senna.

Tutto bene quel che finisce bene? Mica tanto. Per una stagione IndyCar di una scuderia a centro gruppo le stime del 1995 prevedono un budget di circa 8 milioni di dollari. Tony George, nuovo proprietario dello speedway di Indianapolis e membro senza diritto di voto nel board della CART, vede questa escalation dei costi come qualcosa di nocivo.

Non solo: la CART starebbe virando dalle proprie origini, allontanandosi dalle corse su ovale e non tutelando i piloti americani. Siccome nessuno sembra dare retta alla sua visione sul futuro, George per il 1996 prende due decisioni. Primo: creare un nuovo prodotto per le ruote scoperte americane, la Indy Racing League (IRL). Secondo: levare Indianapolis dal calendario CART.

IRL

Nel 1995 Tony George annuncia il lancio dell’IRL per l’anno successivo. Le scuderie maggiori della CART non prendono realmente sul serio l’iniziativa, a differenza di quei team piccoli che, da sempre, contribuiscono allo spettacolo delle oltre 33 entry per Indy 500.

Visto il poco tempo a disposizione, per la prima stagione, il regolamento tecnico rimane quello della CART 1995, mentre viene imposto una specie di tetto sui costi. Di certo non assistiamo ad una mostra delle ultime novità tecnologiche, perché a fianco di telai del 1995 (quindi non aggiornati) ne troveremo alcuni perfino del 1992, mentre tra i propulsori spopola il Cosworth XB, seguito dai dirt’n’cheap stock-block V6 Menard e Buick.

Il calendario della prima stagione si articola sulla miseria di tre gare. Debutto con la Indy 200 at Walt Disney World, poi Phoenix (che rompe il contratto con la CART per entrare nel giro IRL) e gran finale con la 500 Miglia di Indianapolis.

Il debutto nel Magic Kingdom

La prima gara ha luogo il 27 gennaio 1996 nei pressi di Orlando, Florida, davanti a circa 55’000 persone. Il Walt Disney World Speedway, un triovale da un miglio, sorge nel Walt Disney World in un’area nei pressi del Magic Kingdom resort. Il gruppo Disney mira a coprire un po’ tutto lo spettro dell’entertainment e avere un tracciato permanente sulla proprietà del parco divertimenti fa parte di questa strategia.

L’impianto viene progettato nel 1994 e completato nel novembre del 1995. Caratteristiche principali: un laghetto, a lato dell’impianto, dall’inconfondibile forma di Topolino e costi di gestione minimi, con strutture temporaneamente erigibili per box e gradinate.

La ricerca asfissiante di tracciati da mettere in calendario rende “The Mickyard” (lasciamo al lettore capire il perché di questo buffo soprannome) un’ancora di salvezza per l’IRL. Una volta fuori dal calendario (dal 2000 in poi), però, la storia dell’impianto prenderà una china discendente fino alla demolizione, avvenuta nel 2015.

Michele Alboreto fantastico quarto

La gara prende cautamente il via, dopo essere stata introdotta dai fiati della banda del Walt Disney World. Duecento giri per duecento miglia: su uno short-oval tra i venti partecipanti c’è chi si presenta con una specifica di telaio da super-speedway (ovviamente rimaneggiata), ma tant’è.

A parte qualche Carneade del volante e i big dell’automobilismo USA dell’epoca nemmeno pervenuti, lo schieramento non è poi così male. Troviamo, per esempio, Arie Luyendyk (vincitore con velocità record ad Indianapolis), Scott Brayton (in pole a Indy 500 nel 1995), Buddy Lazier, la pioniera Lyn St James ed un debuttante Tony Stewart.

Tra i rookie troviamo sulla #33 rossa dello Scandia / Simon Racing il nostro Michele Alboreto: finiti gli anni in F1, per Alboreto la maturità agonistica prospetta una parentesi americana ed una sfida alla 500 Miglia di Indianapolis. Il milanese scatta dalla quattordicesima piazza del Mickyard, ma al calare della bandiera a scacchi sarà stupendo quarto, nella sua prima gara su ovale.

Bottom line

La prima gara figlia di una scissione, che da tutti verrà ricordata semplicemente come The Split, va in archivio. The Split, un colpo di mano incomprensibile (o forse poco compreso), rivelerà tutta la sua natura tossica per l’automobilismo a ruote scoperte made in the USA, nei dodici anni di convivenza tra la serie CART e la serie IRL.

Il ritorno sotto una stessa bandiera non ha riportato l’IndyCar ai fasti degli Anni Novanta. Solo recentemente il campionato a ruote scoperte americano ha ricominciato a fiutare quell’aria che si respirava fino a venticinque anni prima. Forse l’inizio di quello scisma dovrebbe rimanere in un cassetto e guadagnare l’oblio. O forse dovrebbe essere ricordato più spesso, per capire meglio il presente dell’automobilismo da corsa statunitense.

Luca Colombo

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