IndyCar Detroit
Credit: www.indycar.com (by Joe Skibinski)

Probabilmente Detroit non costituisce il posto migliore negli Stati Uniti d’America per delle cartoline, nel senso letterale del termine, appaganti, tuttavia il recente double-header di Belle Isle restituisce una serie cartoline…metaforiche, che testimoniano lo stato di salute attuale dell’IndyCar.

Capitale dell’automobile

Storicamente Detroit viene dipinta come la “capitale dell’automobile”, quantomeno per l’industria USA. Questa natura collegata al mondo dell’automative ha portato le competizioni automobilistiche all’interno della città. All’inizio degli Anni Ottanta il tracciato cittadino attorno al Renaissance Center ospitava F1 ed IndyCar, ma già all’inizio degli Anni Novanta la massima Formula andrà verso altri lidi e la gara IndyCar sposterà la sede su Belle Isle, dove la Serie corre ancora oggi.

Giusto trent’anni fa (giorno più, giorno meno), Mario Andretti subì un brutto incidente a Detroit. La dinamica ricorda drammaticamente quella di Jules Bianchi in Giappone nel 2014. Fortunatamente Piedone riuscì ad uscirne fuori illeso, ma nel tempo il cittadino del Michigan si è caratterizzato come una corsa da trattare con i guanti. L’incidente di Felix Rosenqvist durante la gara del sabato fornisce una prova lampante di quanto appena asserito.

Maturità della monoposto?

L’incidente dello svedese, per fortuna senza grosse conseguenze, dimostra come il progetto attuale delle monoposto Dallara sembra aver raggiunto una buona maturità tecnica e una discreta robustezza strutturale. Tale risultato è qualcosa di ovviamente auspicabile nel programma di sviluppo di qualsiasi progetto, tuttavia non è detto che accada.

Dallara ha saputo mettere mano nel progetto della DW12, aggiustando il tiro (attraverso tre iterazioni nel progetto) sulle varie problematiche. La DW12 Mk.3 attuale implementa bene l’Aeroscreen, con tutte le correzioni del caso sui vari effetti dinamici nocivi indotti dall’introduzione di questo elemento di sicurezza. La robustezza delle monoposto è stata provata da eventi come l’incidente violento dello svedese a Belle Isle e l’impatto della monoposto di Daly con la ruota vagante di Rahal durante l’ultima edizione della 500 Miglia di Indianapolis.

Respiro internazionale

Per quanto l’IndyCar rimanga sostanzialmente un prodotto con una forte connotazione americana, l’impressione è che la direzione targata Penske abbia rilanciato la Serie con un respiro più internazionale, senza rinnegare le proprie radici.

Oggettivamente la Formula 1 attuale non disputerà mai una gara su un tracciato cittadino come quello di Belle Isle, troppo sconnesso in funzione della velocità. Probabilmente tracciati come Road America e altre località toccate dal calendario IndyCar non dispongono dei parametri per una gara da categoria a ruote scoperte di stampo europeo.

Nonostante questo, recentemente è stato sottolineato come la Serie USA sia diventata una buona opportunità di rilancio per piloti di scuola europea che, su più livelli, attraversano fasi di stallo.

Refugium peccatorum?

Il punto rappresenta un terreno di discussione piuttosto scivoloso. Da una parte alcuni eventi visti nella Serie a ruote scoperte USA nella (lunga ed irrisolta) fase transitoria dell’ultimo decennio hanno contribuito a screditare la qualità dei piloti nella categoria. Dall’altra è difficile determinare con esattezza la ragione per cui una carriera di un pilota di matrice europea non sia effettivamente decollata o sia rimasta un punto di domanda, come nel caso di Grosjean.

In ogni caso, l’incidenza statistica minore di gare su ovale, che comunque coprono una certa porzione di calendario, ha contribuito nella formazione di piloti all-around, settore nel quale la scuola europea è piuttosto formativa. Ericsson, fresco vincitore in gara-1 a Belle Isle, ha recentemente dichiarato di preferire l’IndyCar dal punto di vista della competizione in pista, più genuina, e di mirare alla Formula 1 come migliore attività da svolgere in solitaria, viste le “pazzesche velocità raggiungibili in curva”.

Competizione di buon livello

Effettivamente il giudizio dello svedese può essere condizionato. Ericsson corre in IndyCar, tra l’altro in un ottimo team (cosa non capitata durante gli anni in Formula 1). Ciononostante, bisogna notare come la stagione 2021 stia proponendo un campionato di ottimo livello.

La competizione in pista è di qualità. La situazione in campionato vede una sfida al vertice tra nuova e vecchia generazione, con nomi nuovi anche per quanto riguarda i team. Guardando a quello che abbiamo sotto mano in questo momento, possiamo dire che la Serie goda di buona salute.

Siamo tornati agli Anni Novanta?

Gli Anni Novanta hanno costituito uno dei punti più alti della Serie, con un’ampia visibilità ed interesse internazionale. Probabilmente una situazione del genere non si presenterà più: il mondo è fin troppo cambiato negli ultimi trent’anni.

Di sicuro, però, l’IndyCar ha cominciato a farsi rivedere e a far parlare nuovamente (e in maniera positiva) delle proprie competizioni. I piloti di scuola europea guardano di nuovo con interesse oltre Oceano. Con la rivoluzione delle unità propulsive attesa per i prossimi anni, in Ferrari dovrebbero rivalutare seriamente l’idea lanciata lo scorso anno di un impegno negli USA. Idea lanciata e poi lasciata lì, in sospeso.

La Casa di Maranello potrebbe cogliere un’occasione interessante. Il panorama tecnico è semplificato ed accessibile (ovviamente non come Rager e lo stock-block dello scuolabus a Indy 500…) e l’asticella delle aspettative è un po’ più alta rispetto alle disastrose entry dei motori Lotus a Indy 500. Time will tell.

Luca Colombo

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