Le immagini del rogo della vettura di Romain Grosjean hanno rapidamente fatto il giro del mondo, riportando alla memoria episodi simili accaduti in passato e che sembrava non potessero più ripetersi sulle moderne vetture di Formula 1. Ad un’analisi più attenta di quanto accaduto, emerge in realtà come il francese abbia potuto mettersi in salvo proprio grazie agli attuali dispositivi di sicurezza. Al contempo, però, risultano rivedibili alcuni degli aspetti alla base dell’incidente e le procedure che vi hanno fatto seguito, sulle quali la FIA ha subito aperto un’inchiesta.

GROSJEAN VIVO: SOLO FORTUNA?

Ventotto secondi che sono sembrati un’eternità. Tanto è bastato a Romain Grosjean per liberarsi dall’incendio che ha avvolto il rottame della sua Haas, dopo il tremendo urto contro le barriere verificatosi nel corso del primo giro del GP Bahrain. Un miracolo? Sì, ma solo in parte. Perché se il francese può oggi raccontare quanto accaduto è proprio grazie ai dispositivi di sicurezza (cellula di sopravvivenza e Halo su tutti) presenti sulle monoposto, i quali hanno evitato conseguenze ben peggiori. Eppure, come doveroso in questi casi, l’incidente merita un’attenta riflessione, soprattutto per evidenziare le criticità emerse e fare in modo che possano insegnare qualcosa per il futuro.

ANGOLO DI IMPATTO E BARRIERE PUNTI CRITICI

L’angolo di impatto è stato particolarmente sfavorevole. Nel momento del contatto con l’Alpha Tauri di Kvyat, la vettura di Grosjean viaggiava ad una velocità di 221 Km/h. Il pilota francese ha avuto a disposizione soltanto pochi metri per frenare, finendo contro il guard-rail dopo circa 1,5 secondi: la forza d’urto è stata misurata in ben 53 G, tanto da spezzare l’auto in due tronconi ed innescare il gigantesco incendio.

A tal proposito, è necessario fare alcune considerazioni in merito alle barriere in quel punto della pista. Soprattutto osservando la dinamica dalle immagini riprese dall’elicottero, si può notare come la Haas di Grosjean finisca per impattare contro il guard-rail in maniera quasi frontale, con un angolo reso particolarmente sfavorevole proprio dal posizionamento della vettura rispetto a quello della barriera. Ciò che solleva delle perplessità riguarda innanzitutto quest’ultima: in quel tratto, il guard-rail presenta un angolo di circa 45° rispetto alla pista, il che (unito alla traiettoria della Haas priva di controllo) ha creato nel momento dell’urto una sorta di effetto “apriscatole”, visto che la parte anteriore della vettura si è praticamente incastrata tra le lame.

Sarebbe probabilmente bastato un posizionamento della barriera parallelo rispetto al senso di marcia per attenuare le conseguenze dell’impatto. Questo, insieme alla presenza di un muretto di cemento o (meglio) di una barriera Tecpro al posto del guard-rail, avrebbe consentito di dissipare in modo più efficace la forza d’urto scatenata. Con ogni probabilità, la vettura sarebbe infatti “scivolata” lungo la barriera senza correre il rischio di rimanervi incastrata (come in effetti è accaduto), attenuando anche l’importante decelerazione a cui il pilota è stato sottoposto.

MARSHALL IMPREPARATI?

Sempre osservando attentamente le immagini dall’alto, si nota anche il grosso rischio corso dal personale presente a bordo pista, a pochi metri dal punto dell’impatto. Nella fattispecie, si nota un addetto al servizio antincendio stazionare in una postazione non protetta da reti di contenimento, il quale è costretto a fuggire per evitare di essere colpito dai detriti. Subito dopo, lo stesso marshall (evidentemente ancora sotto shock) interviene in maniera inefficace con l’estintore a propria disposizione, tenendosi ad una distanza eccessiva dall’auto in fiamme e soprattutto con un getto totalmente inadeguato.

Sicuramente più incisivo è l’apporto del secondo commissario, il quale riesce però ad azionare il suo estintore a 22″ dallo scoppio dell’incendio. Questo dopo aver dovuto attraversare a piedi la pista ed aver ricevuto il fondamentale aiuto da parte di Alan van der Merwe, il pilota della Safety Car che ha indicato il punto esatto nel quale direzionare il getto, aiutando subito dopo il pilota a liberarsi dalle fiamme. Una preparazione non perfetta del personale locale è emersa anche in occasione dell’incendio sviluppatosi sulla vettura di Perez nel finale di gara, con un marshall che ha pericolosamente attraversato la pista mentre sopraggiungeva Norris.

CELLULA DI SOPRAVVIVENZA E HALO PER SALVARE LA VITA

Il tutto senza soffermarsi ulteriormente sulle cause che possono aver scatenato un rogo di simile portata, capace di ricordare da vicino quanto accaduto negli anni ’70 a Piers Courage, Roger Williamson e Niki Lauda, oppure (passando ad un’epoca relativamente più recente) a Gerhard Berger nel 1989 dopo l’incidente al Tamburello di Imola. Per fortuna, insieme a questi aspetti da migliorare (sui quali la FIA sta già indagando), ne emergono altrettanti che hanno consentito a Grosjean di poter uscire praticamente incolume dall’incidente più spaventoso degli ultimi trent’anni di Formula 1.

Su tutti, la robustezza della cellula di sopravvivenza (la quale ha protetto in maniera eccellente il pilota), insieme al fondamentale ruolo svolto dall’Halo e dalle protezioni laterali dell’abitacolo. Grazie a questi elementi, la testa di Grosjean non ha subito alcun urto, preservando il pilota francese da un impatto che in passato avrebbe provocato conseguenze fatali.

Marco Privitera

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