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Frank Williams (1942-2021)

Raccontare la storia di Frank Williams, scomparso oggi all’età di 79 anni, rappresenta un affascinante viaggio nella macchina del tempo della Formula 1. Un esempio di come la vita, in certe occasioni, sia in grado di colpire duramente, ma senza per questo riuscire a scalfire passione, ambizione e determinazione. Un percorso che ha portato sir Frank a diventare il team manager più longevo nella storia del Circus, entrando di diritto nella leggenda di questo sport.

E’ una storia che merita di essere narrata evidenziando soprattutto come, al cospetto delle varie situazioni di difficoltà, Williams sia stato in grado di saper reagire e risollevarsi di volta in volta. Non a caso, il suo nome è tra i pochissimi ad essere ininterrottamente sulla griglia di partenza da quasi mezzo secolo. Riuscendo a trasformarsi in un’icona non solo dell’automobilismo britannico ma dell’intero mondo del motorsport, che in queste ore piange la sua scomparsa.

Già, perché l’avventura di Williams nel mondo delle corse è stata un’incredibile sequenza di alti e bassi, di sconfitte e resurrezioni, di lutti e trionfi. Al suo fianco, alcuni dei personaggi che, insieme a lui, hanno contribuito a scrivere pagine indimenticabili nella storia di questo sport. Inevitabile, d’altronde, visto che la Williams rappresenta uno dei team più vincenti e longevi nella storia della Formula 1. Una storia che sta proseguendo, ormai dallo scorso anno con una differente proprietà, ma che comunque non dimenticherà mai l’eccezionale contributo di un uomo duro, deciso e appassionato come pochi altri in questo ambiente.

L’INIZIO DELL’AVVENTURA E IL DRAMMA DI COURAGE

La storia di Frank Williams con la categoria regina iniziò nel lontano 1969. Dopo aver maturato alcune esperienze come pilota, l’allora 27enne britannico decise di dedicarsi a tempo pieno all’avventura da manager. E lo fece acquistando una Brabham BT-26A che affidò all’emergente talento inglese Piers Courage. Erano i tempi in cui per entrare in Formula 1 non era necessario essere costruttori, pertanto l’avventura della sua Frank Williams Racing Cars partì nel Gran Premio di Spagna 1969, con Courage che ottenne ben presto ottimi risultati nella stagione d’esordio.

La scalata verso il successo era quindi partita? Macché. Williams ebbe ben presto modo di assaporare il lato più amaro delle corse, con il rogo di Zandvoort 1971 che costò la vita al povero Courage. Il manager inglese fu profondamente colpito dalla tragedia, ma decise di andare avanti seppur portando per sempre nell’anima i segni di quella perdita. Negli anni successivi si avvicendarono al volante diversi piloti paganti, ma ottenendo risultati modesti che finirono progressivamente per rendere sempre più precaria la situazione finanziaria del team.

LA VENDITA A WOLF E LA RINASCITA

Al punto che, nel 1976 (dovendo condurre le trattative da una cabina telefonica, visto che gli era stata tolta la linea di casa per non aver pagato le bollette) dovette vendere la scuderia al petroliere Walter Wolf. Se inizialmente era prevista la sua permanenza all’interno dell’organico, Williams decise ben presto di cambiare pagina, fondando una nuova scuderia che avrebbe portato il suo nome. La Williams Grand Prix Engineering (la cui sede era ricavata in un negozio di tappeti) si presentò al via della stagione 1977, forte anche della presenza del socio fondatore Patrick Head, che avrebbe poi legato a doppio filo il proprio destino con quello di Frank nell’avventura in Formula 1.

E i risultati non tardarono ad arrivare. Grazie a degli accordi di sponsorizzazione con aziende saudite, Williams ebbe il merito di portare i petrodollari in Formula 1, ricevendo subito un impatto positivo sulle prestazioni delle proprie monoposto in pista. Dopo il primo successo ottenuto con Regazzoni nel 1979, l’anno seguente arrivò l’apoteosi, grazie al titolo iridato conquistato dall’australiano Alan Jones ed al trionfo anche nella classifica Costruttori. Il bis sarebbe arrivato due anni più tardi con Keke Rosberg, prima dell’avvento del motore turbo Honda che equipaggiò le vetture dal 1984.

L’INCIDENTE E I TRIONFI DEGLI ANNI ’80

Grazie all’accordo con la Casa giapponese, dopo due anni di risultati mediocri la Williams tornò a brillare verso la fine della stagione 1985, candidandosi dunque come una delle principali favorite nella rincorsa al titolo per la stagione seguente. Ma, come spesso accaduto nella storia di Frank Williams, la vita avrebbe riservato al manager inglese una nuova insidia da superare, questa volta ben più difficile delle precedenti. Di ritorno da un test al Paul Ricard, Williams fu infatti vittima di un incidente stradale che lo tenne in bilico tra la vita e la morte. Dopo un lungo periodo di degenza in ospedale, Frank potè fare ritorno ai box nell’appuntamento di casa a Silverstone, seppur costretto su una sedia a rotelle dai postumi dell’incidente che lo aveva reso tetraplegico.

Dimostrando un’incredibile forza di volontà, Williams riprese in mano le redini della scuderia, che conquistò il suo terzo titolo piloti con Nelson Piquet nel 1987. Nonostante gli ottimi risultati ottenuti, i giapponesi scelsero di sposare la causa McLaren per il futuro, costringendo Williams a ripiegare sui meno competitivi propulsori Judd. Seguì un periodo con poche soddisfazioni, almeno fino all’accordo con una nuova Casa ufficiale che tornò a sostenere il team. Dal 1989 i motori Renault riportarono progressivamente la Williams ai vertici della Formula 1, sino all’imbattibile ciclo che nelle stagioni 1992 e 1993 vide trionfare Nigel Mansell e Alain Prost.

LA MORTE DI SENNA E IL LENTO DECLINO

Ma il destino tornò ad abbattersi sul team Williams, in quel maledetto pomeriggio del 1° maggio 1994 a Imola. In seguito alla morte di Ayrton Senna, Frank Williams fu al centro anche di una lunga vicenda giudiziaria che lo vide accusato di omicidio colposo, fino alla sua completa assoluzione del 2005. Un altro scherzo terribile del destino, al quale comunque il team rispose conquistando altri due Mondiali, con Damon Hill nel 1996 e Jacques Villeneuve nel 1997. Da quel momento in poi, sarebbe iniziata una lenta ma inesorabile fase di declino, interrotta soltanto dai successi ottenuti con Bmw nei primi anni 2000.

Il 2011 vide quindi la quotazione in Borsa, seguita l’anno dopo dalle dimissioni dello stesso Frank Williams dal consiglio d’amministrazione della scuderia. Provato dalle proprie condizioni fisiche sempre più precarie e dai tanti viaggi in giro per il mondo, il boss inglese decise di lasciare le redini del team alla figlia Claire. Da questo momento sarebbe partita l’era più buia della scuderia, che per garantire la propria sopravvivenza ha dovuto cedere l’intero pacchetto al fondo statunitense Dorilton Capital nell’agosto del 2020. Una mossa che ha sancito la fine di un’era, nonostante il nome Williams sia rimasto a caratterizzare la storia gloriosa del terzo team più vincente nella storia della Formula. Ed a ricordare l’inestimabile contributo del proprio fondatore, esempio di coraggio e resilienza in un mondo dove rimanere a galla è un’impresa per pochi.

Marco Privitera 

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