Binotto Ferrari
Credits: profilo Instagram Scuderia Ferrari

Dopo le indiscrezioni delle passate settimane, seccamente smentite da parte della Ferrari, era divenuto ormai chiaro come la separazione tra Mattia Binotto e la Rossa fosse solo una questione di tempo. Ma come si è arrivati alle dimissioni del team principal originario di Losanna e quali prospettive è possibile ipotizzare per la Ferrari nell’immediato futuro?

Ragionamento “aziendale”

Quando un’azienda cambia posizioni preminenti (ad esempio, presidenti o amministratori delegati), a stretto giro sono destinati a cambiare anche altri “pezzi grossi” del puzzle. Nel periodo transitorio tra due gestioni contigue, possiamo notare una certa tendenza alla creazione di turbolenze interne, le quali spesso generano situazioni surreali. Per rimanere nell’ambito di Maranello e nel contesto dei team principal, tra la gestione di Luca Cordero di Montezemolo e quella di Sergio Marchionne, hanno preso la via della porta prima Stefano Domenicali e poi Marco Mattiacci.

Mattia Binotto aveva sostituto Maurizio Arrivabene all’inizio del 2019, contestualmente all’occupazione da parte della coppia John Elkann-Louis Camilleri dei posti di comando esecutivo dopo la scomparsa di Marchionne. Molti vedevano nel repentino avvicendamento del team principal la realizzazione delle volontà dello scomparso manager abruzzese, anche se risulta poco credibile pensare che un nuovo organigramma esecutivo non decida in autonomia e lavori per realizzare volontà altrui.

Doppio incarico

All’epoca, Binotto (in Ferrari da circa vent’anni) aveva assunto il doppio ruolo di team principal e direttore tecnico, caso più unico che raro nella F1 moderna, dove le mansioni e responsabilità vengono ben definite e ripartite su più persone. Di sicuro l’ingegnere di Losanna aveva deciso di sostenere onori ed oneri di entrambe le cariche, esponendosi alle critiche provenienti da più fronti e direzioni.

Oggettivamente non possiamo esprimere un giudizio compiuto sul suo operato in questi quattro anni, perché non conosciamo nel dettaglio la routine e le responsabilità legate alla sua carica. Se le doti tecniche non possono (e non devono) essere messe in discussione, le sue doti comunicative non hanno brillato, mettendolo spesso alla berlina ed offrendo spunto ai tifosi per dubitare del suo operato. Tenendo conto della linea decisa con cui Sebastian Vettel aveva trovato le porte chiuse al rinnovo nel 2020, rimane incomprensibile l’infinita inerzia di risolutezza attuata nei confronti di determinati reparti della scuderia, che non hanno subito ristrutturazioni nell’organico o nelle procedure nonostante una serie endemica di errori.

Perché chiudere il rapporto?

Alla luce di tutto questo dovremmo fare una domanda: perché terminare il rapporto? Di sicuro non possiamo imputare le dimissioni all’andamento del campionato 2022, nel quale la Ferrari ha dimostrato segni di una vitalità che pareva sopita nelle ultime due stagioni.

Da una parte potremmo pensare ad un Mattia Binotto non più in linea con i dettami e gli obiettivi Ferrari, dall’altra possiamo prendere per vera la voce di una frattura con il tandem John Elkann-Benedetto Vigna, corredata da un rapporto logorato con Charles Leclerc (che tramite il manager Nicholas Todt spingerebbe per l’entrata in Ferrari di Frederic Vasseur).

Non essendoci fonti certe a riguardo, risulta impossibile affermare con certezza quali siano stati i motivi dello strappo. In ogni caso, vale la pena sottolineare come Binotto portasse avanti una linea interna di rifondazione improntata ad una politica di “nessuna colpa/nessuna paura”, diametralmente opposta ai retaggi passati della scuderia di Maranello. Louis Camilleri supportava pienamente questa politica. Oggi entrambi non fanno più parte della Ferrari.

Il 2023 è alle porte

La vettura che scenderà in pista nel 2023 è già in fase di produzione e, generalmente, un nuovo team principal porta dietro personale e metodi di lavoro differenti.

Questo fumoso preambolo delinea un dettaglio che dobbiamo tenere in considerazione: non abbiamo idea di quanto tempo sia necessario affinché la rinnovata struttura lavorativa funzioni a regime. Dovessero arrivare risultati immediati, assisteremmo ad una fanfara generale nei confronti del nuovo team principal. Dovessero arrivare sconfitte (e, come abbiamo visto, un secondo posto rappresenta una sconfitta), si potrebbe sempre giustificare il tutto dietro la necessità di trovare di tempo per ingranare.

Che si riferisse a questo quando John Elkann, nel fine settimana di Monza, parlava di un mondiale da vincere entro il 2026, dichiarando che “dobbiamo continuare a crescere e questo vale per piloti, ingegneri, e ovviamente anche per la dirigenza”?

Luca Colombo

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