Driven Sylvester Stallone

La pausa forzata dal coronavirus costituisce l’occasione migliore per lanciarsi in qualche diversivo automobilistico, come spulciare nella propria collezione di DVD e videocassette dedicata alle corse: la polverosa ricerca ci ha fatto tirare fuori dagli archivi un film datato 2001 con Sylvester Stallone nella doppia veste di attore e sceneggiatore, “Driven”.




Un film sulla Formula 1?

Negli ultimi venti – venticinque anni il solo pensiero di mettere assieme un film ambientato nel mondo della F1 contemporanea rimane un sogno umido di una notte di mezza estate: gli esosi diritti pendenti sul pacchetto, la reticenza dell’ambiente nel condividere dettagli tecnici anche marginali e le immancabili complicazioni a livello pratico e logistico costringono a desistere, indipendentemente dalla determinazione di chi porta avanti il progetto.

Sylvester Stallone non fa eccezione: a metà degli Anni Novanta (mentre è impegnato sul set di “Dredd – La legge sono io”) accarezza l’idea di girare un film sulla Formula 1, ma, nonostante la buona volontà e lo sforzo di tessere pubbliche relazioni facendosi vedere nei paddock di mezza Europa fino quasi all’inizio del nuovo Millennio, capisce di volare troppo alto.

La Serie CART

Per “Driven” Sly è costretto a ripiegare sulla più amichevole Serie CART ex-IndyCar: non sarà la Formula 1, ma rimane lo stesso una categoria molto popolare, tanto che negli Anni Novanta è stata spesso guardata con un filo di gelosia dalla schizzinosa massima Formula arroccata al di qua dell’Oceano.

Negli Anni Duemila la CART è nel periodo di massima espansione, con gare in Giappone ed Europa, nonostante degli sciocchi attriti politici abbiano portato la scissione dell’IndyCar in due Serie, la CART e la ridicola (per lo meno all’epoca) Indy Racing League, che può solo offrire l’iconica Indy 500 in calendario.

Numerosi riferimenti al mondo delle corse

Anche se il Campionato raccontato nel film è palesemente fittizio, lo stile più easy e rilassato della Serie americana permette l’utilizzo di tute e livree, relative al Campionato 2000, di scuderie reali molto note: Joe Tanto (interpretato da Sly) indossa i colori PacWest e il casco di Mauricio Gugelmin, Jimmy Bly (interpretato da Kip Pardue) si presenta con i colori PacWest e il casco di Mark Blundell (con una personalizzazione sulla calotta), Beau Brandenburg (interpretato da Til Schweiger) sfoggia i colori del team di Chip Ganassi e il casco di Juan Pablo Montoya.

Come se non bastasse, nella pellicola sono citati piloti realmente impegnati nella Serie e non ci sono limiti nelle inquadrature delle vetture impegnate in pista: è possibile immaginarsi un trattamento simile con la Formula 1? Risposta breve: no. E non è finita qui: ci sono i camei di Mario Andretti e Jean Alesi, oltre che al cappellino di Jacques Villeneuve dell’era Williams nell’imbarazzante livrea rosso-Winfield.

Rocky alla guida

Fin qui le cose vanno alla grande, ma i problemi, quelli che nell’immaginario comune classificheranno la pellicola come film brutto, sono dietro l’angolo.

Alla radice di tutto troviamo la pretesa di voler infilare Rocky V in una monoposto: Jimmy Bly è un pilota giovane non ancora del tutto consapevole dei propri mezzi e viene svezzato da Joe Tanto, un pilota più maturo con una personalità molto forte e caduto quasi in disgrazia… è una trama che suona molto familiare.

La contestualizzazione lascia un po’ a desiderare. Prendiamo la famosa (e grottesca) scena dell’inseguimento cittadino in monoposto: ci sta, nel contesto scenico, che dopo aver rimediato un brutto due di picche una persona abbia un travaso di bile e prenda l’auto per sbollirsi viaggiando a tavoletta, ma come si può pensare di saltare dentro una Formula Indy e metterla in moto ingranando la prima senza che ci sia dietro qualcuno ad avviarla? Davvero c’è chi pensa di avviare una monoposto da pista girando la chiave nel cruscotto?

Come dimenticarsi poi delle sequenze con gli incidenti dove non valgono le leggi della fisica e i rottami volano ovunque, i flashback con il respiro affannoso che sembra registrato in presa diretta da un pastore tedesco dopo una corsa al parco, le sequenze ricreate (male) al computer o l’analisi delle prestazioni fatta con quello che sembra essere un videogioco della Play Station?

Vorremmo dimenticare tutto questo, ma non possiamo farlo: “Driven” è un film che lascia con il latte alle ginocchia l’appassionato medio e non sposta di un millimetro la concezione dello spettatore casuale che pensa alla competizione automobilistica come una gara tra scimmioni che sprecano benzina.

Sly eroe romantico

Peccato, perché con una finalizzazione più curata (e di riprese buone ne avevano, basta vedere il dietro le quinte del film e le scene tagliate) oggi non saremmo qui a parlare di una pellicola buona come manuale delle mostruosità da evitare in un film dedicato alle competizioni automobilistiche.

Peccato doppio, perché si tratta di un film con Sylvester Stallone e (al netto dell’ammissione di vivere in una bolla di saudade Anni Ottanta con la nostalgia del volto tumefatto di Rocky che urla “Adriana”) non possiamo che apprezzare l’ostinazione e la generosità di Sly nel portare avanti un’impresa assurda, mettendoci la faccia con la recitazione, la sceneggiatura e cercando i finanziamenti necessari per la pellicola, cosa che l’ha tenuto in ballo per quattro anni.

Peccato triplo, perché “Driven” avrebbe potuto essere uno spaccato dell’intrigante Serie CART di inizio Anni Duemila, un mondo che semplicemente oggi non esiste più e che difficilmente si potrà rivedere su questi schermi e su queste piste.

Considerazioni finali

Una volta terminata la proiezione, ci rimangono due considerazioni da fare.

La prima riguarda una legittima domanda da periodo ipotetico: cosa sarebbe stato di “Driven” se Sly fosse riuscito ad ambientare la vicenda in Formula 1? Nel cercare di figurarci una risposta, che ovviamente non potremmo verificare, siamo giunti ad un altro quesito, piuttosto contorto: supponendo che Stallone fosse stato in grado di trovare la quadratura del cerchio, chi ci assicura che i vertici della Formula 1 (dopo aver letto il soggetto) non sarebbero tornati sui loro passi perché… c’è un limite all’indecenza?

La seconda considerazione è che “Driven”, con i suoi momenti di ilarità non ricercati (sfido chiunque a non sghignazzare mentre vede la vettura di Max Papis che decolla su un’altra, perdendo i pezzi come se fosse un carrello della spesa), non sembra figurare tra le disponibilità dei maggiori servizi di streaming, per cui, per vederlo sullo schermo di casa, bisogna aspettare che venga programmato in quello spazio di soddisfazioni ignoranti che è “I Bellissimi di Rete Quattro”.

Forse in un periodo più tranquillo lasceremmo la spasmodica ricerca di “Driven” come compito per giornate motoristiche particolarmente piatte in cui non ci sia niente di meglio da fare.

Al netto di tutti i difetti, la fatica motoristica di Sylvester Stallone è forse l’unico tentativo cinematografico di raccontare un’era ben precisa delle competizioni in monoposto ai livelli più alti. Teniamolo bene in mente.

Leggi anche: Cinema da corsa | Una guida a cosa guardare mentre restiamo a casa

Luca Colombo

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