Trent'anni fa Michael Andretti aveva fatto il grande salto dall'IndyCar alla F1 con la McLaren: oggi come oggi il figlio di Mario balza agli onori delle cronache con la complicata questione dell'ingresso in griglia per la propria scuderia (approvata dalla FIA e non gradita dagli altri team), ma, nell'ormai lontano 1993, fu protagonista di un'annata che poteva avere conseguenze catastrofiche sulla sua carriera nel mondo dell'automobilismo. Ripercorriamo il difficile campionato dell'americano (ai tempi nel ruolo di pilota), partendo dal pauroso incidente che lo vide protagonista sul tracciato di Interlagos, che ospiterà il prossimo appuntamento del Mondiale in corso.

L'incidente con Berger ad Interlagos

Il GP del Brasile (all'epoca piazzato in apertura di stagione come seconda gara, disputato il 28 Marzo 1993), vide Michael Andretti prendere il via dalla quinta piazza, dietro Alain Prost, Damon Hill, Ayrton Senna e Michael Schumacher. Al semaforo verde l'americano scattò male, probabilmente perché non ancora ambientato nelle partenze da fermo, e venne sfilato da parecchie vetture. Gerhard Berger, scattato dalla tredicesima casella, arrivò alla prima curva occupando la linea esterna. Andretti, da una linea più "centrale" scartò in prossimità della piega verso l'esterno, agganciando il sopraggiungente Berger. I due andarono fuori a tutta velocità, con la McLaren dell'americano che decollò sopra la Ferrari dell'austriaco, in virtù della leva fatta con le protezioni laterali all'esterno della pista.

Michael Andretti alla corte di Ron Dennis

Le statistiche del 1993 vedono Michael Andretti al via in tredici gare, con tre arrivi a punti e sette ritiri dovuti a noie meccaniche, testacoda o incidenti, tra i quali annoveriamo proprio la collisione al via del GP disputato a Interlagos. I numeri disegnano un ruolino di marcia stagionale non troppo entusiasmante per il figlio di Piedone e, chiaramente, il paragone con il compagno di squadra (un Ayrton Senna capace di mettere assieme un campionato strepitoso alla guida di un mezzo non propriamente competitivo) assume contorni impietosi.

Michael Andretti ha fatto il suo ingresso nel "giro" della McLaren nel 1991, anno nel quale ha vinto il titolo IndyCar in America. Sotto contratto come collaudatore nel 1992, per un suo impegno come pilota titolare i tempi maturano nel 1993, anno con fin troppe criticità per la corte di Ron Dennis. McLaren, infatti, nel 1993 non aveva più il supporto ufficiale Honda e doveva fare affidamento su una fornitura Ford clienti (non esclusiva) dopo aver rimediato un clamoroso "due di picche" da Renault. Inoltre i malumori di Ayrton Senna avevano assunto la forma di un'intenzione indefinitamente sospesa per l'impegno nel 1993, con tanto di test in IndyCar a fine 1992 (raccontato in una puntata di Formula Amarcord su YouTube).

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Troppe limitazioni

Nel percorso di adattamento tra IndyCar e F1, Michael aveva trovato delle monoposto più leggere e reattive, nel 1993 al picco della tecnologia elettronica installata a bordo (cosa non esistente nella controparte formulistica americana). L'accordo tra McLaren e Ford aveva fatto il suo arrivo piuttosto tardi nel tempo, lasciando pochissimi giorni ai test con la nuova monoposto. Limitazione quest'ultima che aveva visto l'aggiunta di una...ulteriore limitazione del numero di giri di prova per sessione, fissato ad un tetto di 23 tornate (in un tentativo di riduzione dei costi da parte della F1).

La curva stagionale delle prestazioni in qualifica vedeva Andretti tra i primi sei nelle prime tre apparizioni, conquistando la top-10 in griglia nei primi sei GP e nell'appuntamento di Monza. Nei sei GP di centro stagione Michael non rientrava nei primi dieci in classifica. Se il sabato non girava come avrebbe dovuto, la domenica gli eventi di solito viravano verso scenari peggiori. Errori grossolani, problemi di affidabilità e prestazioni non in linea con quelle di Senna, se non al di sotto delle aspettative, caratterizzavano i GP del pilota statunitense.

Tutto finisce al GP d'Italia

Andretti, nonostante le monoposto IndyCar guidate in precedenza non avessero elettronica attiva, trovava interessante lavorarci al fine di "fare quello che vuoi" con la monoposto. Tuttavia, spesso, la monoposto non ha fatto quello che Michael voleva. Il sodalizio tra McLaren e Andretti finiva anzitempo con il GP d'Italia, nel quale Michael coglieva il terzo posto in gara. L'americano chiude il 1993 all'undicesimo posto in campionato con sette punti a referto.

Michael Andretti al GP d'Europa 1993 - Credits: Wikipedia / Martin Lee - https://www.flickr.com/photos/kartingnord/14005181972/

L'evoluzione del rapporto con la McLaren viene delineato dalle dichiarazioni di Ron Dennis, all'epoca Team Principal e anima della scuderia inglese. Ad inizio stagione Ron lodava l'impegno e l'aggressività dello statunitense, "un purosangue che deve imparare la F1", con la McLaren che supportava la fase di "apprendimento". A metà stagione i rapporti avevano subito un cambiamento, forse perché la scuderia vedeva un approccio troppo conservativo del pilota (che tra l'altro continuava a risiedere negli USA) non supportato dai risultati. Nell'estate del 1993 Dennis rilasciava una dichiarazione piuttosto stravagante, affermando che "se un pilota non completasse una stagione con una vettura McLaren per la quale aveva un contratto, ciò accadrebbe solo di comune accordo". A Monza arrivava per Andretti il benservito.

Coincidenze e sabotaggio

Dennis parlava di un Andretti a cui non piaceva la F1, con migliori prospettive negli USA. Altri (dal clan Andretti) parleranno di un sabotaggio perpetrato nei confronti del pilota americano. Nel momento in cui Senna abbandonava la formula a gettone e firmava per il resto del 1993, avveniva l'episodio più significativo secondo la teoria degli Andretti. Al GP di Francia, la teoria del sabotaggio vuole che sulla McLaren di Michael il sistema di "beacon" sia stato spento durante le qualifiche.

Non avendo riferimenti del posizionamento sulla pista, le sospensioni attive non potevano funzionare come avrebbero dovuto, lasciando Michael con una monoposto "disastrosa" da controllare, che lo scaraventava al sedicesimo posto in griglia a 1,4" da Senna. Va detto che un sistema di sospensioni attive è soggetto a guasti, ma il clan Andretti crede che quanto accaduto a Magny-Cours sia stato fatto intenzionalmente da qualcuno che voleva Michael fuori dalla squadra.

Per colpa di chi?

Chi poteva volere tutto questo? La teoria più curiosa vede coinvolto Bernie Ecclestone, che voleva (forse) screditare le corse IndyCar, le quali ai tempi avevano un forte ascendente sul pubblico europeo. Il Supremo Bernie una volta aveva dichiarato che "la F1 è come la boxe dei pesi massimi e le corse IndyCar sono come il wrestling". Michael Andretti offriva il pretesto migliore per portare a compimento questo piano diabolico. D'altro canto, va sottolineato, la McLaren aveva in organico Mika Hakkinen, da piani scuderia già pronto per riprendere la via della pista in gara.

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Teorie fantasiose a parte, Michael Andretti ha semplicemente rappresentato il pilota sbagliato nel momento sbagliato. Nel 1993 la McLaren non solo non aveva più il supporto Honda, ma rischiava seriamente di non avere Ayrton Senna al via. Mario Andretti ha sempre sostenuto che l'inversione di rotta di Senna all'ultimo minuto sull'impegno in gara ha lasciato McLaren con due piloti costosi in auto ed un collaudatore giovane, veloce ed economico in panchina. Probabilmente le circostanze turbolente della McLaren nel 1993 hanno negato a Michael Andretti le possibilità e il chilometraggio necessari per aumentare la fiducia e il feeling con la monoposto. Forse con fiducia e feeling i risultati sarebbero stati migliori e il rapporto con il Circus dello statunitense più lungo.

Luca Colombo