Dopo il sorprendente quinto posto conquistato alla fine della scorsa stagione, per il Team Haas il 2019 si presenta come un anno di svolta. Continuare a lottare nel gruppo di centro classifica o spiccare il volo tra i “grandi” della Formula 1? Lo abbiamo chiesto a Günther Steiner, team principal della scuderia americana, durante un’intervista che il manager altoatesino ha regalato in esclusiva a LiveGP.it nell’impegnativa settimana dei test pre-stagionali, in corso di svolgimento sul tracciato di Montmelò.




Originario di Bolzano, 53 anni, Steiner vanta una lunga esperienza nel mondo del motorsport, maturata anche nelle vesti di direttore tecnico Jaguar prima e di Red Bull poi. Un curriculum di primissimo piano, che lo ha portato ad assumere il delicato ruolo di team principal della neonata scuderia Haas a partire dalla stagione 2016, anno di debutto del team americano in Formula 1. Un compito non certo facile, ma che il manager altoatesino ha svolto finora nel migliore dei modi, anche a giudicare dalla costante escalation di risultati conseguita dal team a stelle e strisce ma con un forte accento italiano, vista la stretta partnership con Ferrari e Dallara.

Con lui l’occasione è pertanto ghiotta al fine di poter fare il punto della situazione su tanti aspetti legati al mondo della massima serie, allo stesso tempo conoscendo meglio la realtà del team americano e gli obiettivi di un uomo chiamato a tenere in mano le redini di un gruppo di persone assai vasto ed eterogeneo.

Günther, con lei oggi voglio parlare un po’ di presente, passato e…futuro. Iniziamo dall’attualità: siete stati l’unico team (insieme a Mercedes) ad aver confermato la coppia di piloti rispetto alla passata stagione. Questo è un segnale di quanto sia importante mantenere una certa continuità nell’ambito di un progetto in continua crescita?

E’ stata una scelta logica. Ci siamo guardati attorno, e cambiare solo per il gusto di volerlo fare non avrebbe avuto senso. La stabilità vale molto in questo ambiente, tutti si conoscono e dare una continuità è molto importante. Chiaramente se sul mercato fosse stato disponibile un…super-pilota ci avremmo fatto un pensierino, ma questa situazione non si è verificata e pertanto siamo molto contenti della nostra attuale line-up. Quando si cambia, infatti, è sempre necessario per un nuovo pilota un periodo di adattamento: per almeno sei gare si fa un piccolo passo indietro, inevitabile se si pensa a tutte le novità da affrontare. Tutti sanno che Romain (Grosjean, ndr) ha avuto all’inizio dello scorso anno un periodo di difficoltà, ma poi ne è uscito fuori brillantemente: abbiamo voluto essere corretti e leali con lui, ricordandoci del “rischio” che a sua volta aveva deciso di prendere sposando la nostra causa tre anni fa. I fatti ci hanno dato ragione…

A tal proposito, come affronta un team principal alcuni momenti “caldi” nella gestione dei propri piloti? Penso alle critiche piovute addosso a Magnussen in più occasioni, alle difficoltà incontrate da Grosjean all’inizio dello scorso anno…

Con Magnussen mi sono limitato a guardare i “fatti”. Lui non ha mai fatto nulla di sbagliato: sicuramente è andato al limite in certe situazioni, ma un pilota che vuole farsi rispettare deve comportarsi in un certo modo, altrimenti tutti potrebbero pensare che possa essere una passeggiata riuscirlo a superare…in pochi si sarebbero aspettati di trovarci a lottare nella parte medio-alta della classifica, pertanto lui ha combattuto semplicemente per difendere la sua posizione. Gli ho quindi detto di non preoccuparsi perchè certe situazioni fanno parte del gioco, anche il fatto che gli altri lo attaccassero con le dichiarazioni nel chiaro intento d’indebolirlo. Per quanto riguarda Grosjean, soprattutto dopo l’episodio in Spagna ci siamo fermati a riflettere, anche se posso assicurare che i piloti sono i primi ad essere consapevoli di aver sbagliato. 

Quindi, se dovessimo fare un parallelo con il mondo del calcio, la sua figura può essere considerata come un mix tra quella di un allenatore e di un direttore sportivo?

Esistono dei momenti in cui occorre fermarsi e discutere. Analizzare gli episodi a mente fredda, per evitare che certe situazioni possano ripetersi. Bisogna prendere atto di quanto accaduto per cercare di voltare pagina e ripartire nel migliore dei modi. Anche perché potrebbe essere molto pericoloso e deleterio fare finta di niente…

Lo scorso anno avete fatto un bel salto di qualità, portandovi a ridosso dei top team: ma è davvero una “mission impossible” quella di riuscire a colmare il gap che separa le scuderie di centro-classifica dai big?

E’ molto difficile, poiché gli investimenti ed i budget a disposizione dei top team li rendono quasi di un altro pianeta. Naturalmente, con il nuovo regolamento che potrebbe entrare in vigore dal 2021 speriamo di colmare questa differenza grazie ad un nuovo budget cap. E’ ovvio che comunque non tutti spenderanno in misura uguale, ma si tratta dell’unico modo per poter avvicinare le prestazioni ed aumentare la competizioni. Vorrei sottolineare che il problema non risiede nel fatto che noi siamo “poveri”: anche il nostro team spende tantissimo…piuttosto sono i big che hanno a disposizione risorse enormi rispetto al resto del gruppo. Devo dire che la Formula 1 vive anzi un periodo sereno da questo punto di vista, dal momento in cui non abbiamo team alle prese con particolari difficoltà economiche: ma è necessario fare qualcosa per avvicinare budget e prestazioni, visto che la qualità anche nei team minori non manca…

Verso che direzione si sta andando per quanto riguarda i colloqui orientati al prossimo Patto della Concordia? C’è una certa unanimità di vedute oppure si è ancora molto lontani dal poter ipotizzare un accordo?

Essere d’accordo è una parola grossa…ma l’idea generale è che si possa andare verso un punto comune, anche se poi è l’entità della cifra a variare. Anche i team maggiori hanno mostrato una certa disponibilità, ma naturalmente il loro obiettivo è quello di mantenere una posizione di vantaggio. Però le premesse mi sembrano buone, anche se la strada sarà ancora lunga.

Siamo al quarto anno di vita del team. Lei che ha vissuto questa esperienza al fianco di Gene Haas, ritiene che il fondatore stia continuando ad interpretarla con l’entusiasmo dei primi giorni oppure in qualche modo si sia un po’ disilluso in merito alle chance di arrivare al top in questa categoria?

La sua passione è rimasta immutata. Logicamente, lui vorrebbe avere la possibilità di poter lottare almeno per il podio, ma credo che dal 2021 con un accordo favorevole ed una buona macchina questo si potrà fare. Gene Haas non è qui per fare numero: è un uomo che ha sempre colto risultati prestigiosi, ed è molto carico e voglioso di continuare a migliorare. Ma siamo consapevoli che il definitivo salto di qualità lo si potrà avere solo con un cambio del regolamento.

Guardando indietro a questa prima parte dell’esperienza del team in Formula 1, c’è qualche scelta che non rifarebbe o vi ritenete complessivamente soddisfatti del percorso sin qui portato avanti?

Direi che sono molto soddisfatto, anche se con il senno di poi è facile dire che avrei cambiato qualcosa. Ci sono tante piccole cose che, potendo tornare indietro, avrei migliorato, ma nessuna da bocciare completamente. Magari avrei cambiato la scelta di alcune persone, ma sarebbe troppo semplice affermarlo ora. Se avessi raccontato che saremmo andati a punti alla prima gara e conquistato il quinto posto alla terza stagione, qualcuno si sarebbe messo a ridere. Quindi posso ritenermi sicuramente contento di come abbiamo lavorato finora.

E lei, Günther, dal punto di vista personale e professionale, dopo tanti anni in questo mondo si ritiene soddisfatto del percorso intrapreso e di dove si trova tutt’ora?

Penso che tutti con il senno di poi magari cambierebbero qualcosa, però in generale sono contento di quello che ho fatto. Certo, se potessi tornare indietro a quando avevo quarant’anni sarebbe fantastico… (ride, ndr), ma rischierei di inoltrarmi in un discorso troppo filosofico! Se penso agli inizi, sicuramente sono soddisfatto di dove mi trovo ora, ma la cosa più importante è che mi diverto molto e ho soprattutto l’opportunità di fare un lavoro che amo. Al di là dei soldi e del successo, posso ritenermi privilegiato nell’aver sempre potuto scegliere il tipo di lavoro da fare: questa è sicuramente la migliore delle soddisfazioni.

Dal nostro inviato – Marco Privitera

 

 

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