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Credits: Nick Laham/Getty Images)

Dieci anni fa l’IndyCar e tutto il motorsport salutavano Dan Wheldon in seguito ad un incidente nel corso del GP di Las Vegas. Da allora molte cose sono cambiate nella categoria in tema di sicurezza, partendo dalle diverse configurazioni aerodinamiche in base ai circuiti in cui si corre, fino ad arrivare alla recente introduzione dell’aeroscreen, adottato in seguito alla scomparsa di Justin Wilson, avvenuta il 24 agosto 2015.

 

16/10/2011. Per gli amanti dell’IndyCar è una data che non si può ricordare, una data che, purtroppo, a distanza di 10 anni fa ancora male ricordare.

LA SCOMMESSA E L’INCIDENTE DI WHELDON

Con un titolo IndyCar in bacheca, ottenuto nel 2015, e la seconda vittoria nella 500 Miglia di Indianapolis, Dan Wheldon decise di accettare (e fu l’unico) la scommessa che i vertici della serie lanciarono: vincere partendo dall’ultima fila nell’ultima gara stagionale, quella di Las Vegas. Allo start della gara, il 16 ottobre 2011, il pilota britannico rimase coinvolto in un incidente con ben quindici piloti. La vettura numero 77 del britannico si impennò andando a sbattere violentemente contro le barriere. Tredici dei piloti coinvolti riuscirono ad uscire sulle loro gambe dagli abitacoli, mentre Wheldon fu trasportato in condizioni disperate all’University Medical Centre di Las Vegas, dove morì due ore dopo in seguito alle gravi lesioni riportate.

LE CRITICHE ALL’INDYCAR SULLA SICUREZZA

Il rischio nel motorsport è un fattore che è impossibile non mettere in conto, ma dopo l’incidente di Wheldon, e quello per fortuna non mortale di Franchitti nel 2013, costrinsero i vertici dell’IndyCar a studiare e trovare delle soluzioni per aumentare la sicurezza dei piloti in pista. Criticata aspramente per l’immobilità su questo fronte, la prima mossa fu quella di introdurre gli aerokits, cioè dei kit aerodinamici variabili a seconda della tipologia di pista in cui si sarebbe corso: da stradale-cittadini, ovali corti e super speedway. Ma anche a causa dell’ostruzionismo delle squadre, queste modifiche divennero effettive solamente quattro anni dopo la data d’introduzione originale, inasprendo ancora di più le critiche contro l’IndyCar accusata di favorire lo spettacolo e il businness a scapito della sicurezza dei piloti.

CIRCUITI PERICOLOSI

Anche sul fronte della sicurezza dei circuiti tra l’IndyCar e la Formula 1 la differenza è notevole. Se in Europa sono continue le richieste di modifiche dei circuiti, in America si è molto più restii ad attuare delle modifiche ai layout delle piste presenti nel calendario, sia per una questione di storia, sia per una cultura motoristica che vede la velocità massima come il fattore principale della competizione.

POCONO OUT

L’unico tracciato, nel recente passato, a pagare dazio (uscendo dal calendario) sul fronte sicurezza è stato quello di Pocono, teatro del gravissimo incidente in cui rimase coinvolto Robert Wickens nel agosto del 2018, oltre ad un’altra carambola nel 2019 e la morte di Justin Wilson nel 2015.

L’INTRODUZIONE DELL’AEROSCREEN

Proprio in seguito all’incidente del pilota britannico, colpito alla testa dall’alettone della vettura che lo precedeva, si incominciò a pensare ad un dispositivo in grado di minimizzare il rischio di lesioni legate all’intrusione di oggetti all’interno del cockpit, proteggendo la testa e la parte superiore del busto del pilota. Progettato e realizzato da Red Bull Advanced Technologies l’aeroscreen fu l’evoluzione del prototipo di protezione presentato in Formula 1 dalla Red Bull nel 2016, ed è installato su tutte le vetture IndyCar a partire dalla scorsa stagione.

SICUREZZA MIGLIORATA

Pur non eliminando del tutto il fattore rischio (sarebbe impossibile) non si può constatare come sul fronte della sicurezza anche l’IndyCar abbia fatto dei notevoli progressi in questi ultimi 10 anni. Certo non serviranno a far tornare in vita i compianti Dan Wheldon e Justin Wilson, ma almeno le loro dipartite non saranno rese vane.

Vincenzo Buonpane

 

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