Questa settimana la nostra rubrica “I miti del motociclismo” vi parla del pilota britannico Barry Steven Frank Sheene, prima conosciuto come “Baronetto” e poi come “Iron Man” (Uomo d’acciaio). Barry Sheene nasce a Londra l’11 settembre 1950 ed entra nel mondo delle due ruote grazie al padre meccanico e preparatore. Fa il suo ingresso nel motociclismo a 18 anni sul territorio nazionale, mentre a venti debutta nel Mondiale in occasione del GP di Spagna, dove si ritira in 500 mentre arriva secondo in 125; l’anno dopo chiude secondo in campionato nella classe 125 vincendo tre GP, ma gli anni successivi il suo talento sembra affievolirsi, visto che non riesce ad ottenere risultati di rilevo.

Nel 1973 prende parte alla Formula 750 vincendo il titolo, anche se il suo personaggio prende davvero piede dal 1974, quando passa alla 500 con la Suzuki e chiude il campionato al sesto posto, risultato che ripete l’anno successivo riuscendo anche a vincere due GP, il primo dei quali ad Assen dopo un sorpasso all’ultimo giro su Agostini. Nel 1976, a cavallo della Suzuki RG 500, vince il suo primo Mondiale nella categoria e nel 1977 si prende il secondo, dopo una stagione dominata fin dall’inizio.

Quello sarebbe stato l’ultimo titolo iridato di Barry Sheene, nonostante sia rimasto in sella fino al 1984; l’inglese è però rimasto famoso anche per i numerosi e folli incidenti che lo hanno visto protagonista: come nel 1975, durante i test Suzuki sul circuito di Daytona, quando il pneumatico esplode mentre sta sfiorando i 300km/h e lui cade riportando varie fratture, la più grave delle quali alla gamba sinistra, che ha bisogno di ben 31 inserti metallici per essere sistemata; oppure a Silverstone, nel 1982 sulla Yamaha, dove si procura fratture multiple ad entrambe le gambe.

Ma Sheene non si è mai arreso, rialzandosi sempre irriverente e senza paure. Quando passava sotto i metal detector doveva spiegare ai funzionari che all’interno del corpo aveva oltre 40 parti metalliche, perché era “l’uomo d’acciaio”, quello che in pista si era ferito di più. Oltre per il fatto di essere un pilota eccezionale, Sheene è rimasto nel cuore degli appassionati anche per il suo carattere: un ragazzo pieno di vizi, amante delle feste e delle belle donne, che si godeva la vita come pochi piloti hanno saputo fare e che tra gli amici vantava i Beatles e James Hunt.

Arrivava in circuito con la Rolls-Royce o in elicottero assieme alla bellissima moglie Stephanie, dalla quale ebbe due bambini; nel 1977 è stato anche insignito dell’ordine dell’Impero Britannico. Ma sono i piloti coloro che gli devono molto di più: infatti, Sheene è stato il primo a richiedere un paraschiena, a voler usare tute colorate al posto di quelle nere dell’epoca, tra i primi a promuovere l’utilizzo del casco integrale e a boicottare il pericolosissimo Tourist Trophy. Legato al suo numero, il 7, non lo ha abbandonato nemmeno dopo aver vinto il primo titolo mondiale. 

Dopo la fine della sua carriera agonistica si trasferisce in Australia, dove si reinventa commentatore motociclistico per la tv: un ruolo che gli riesce molto bene, vista la sua conoscenza per i motori e la passione per lo sport, sempre con la sua leggerezza e col suo sorriso. Barry Sheene è morto all’età di 52 anni, dopo un tumore molto aggressivo, il 10 marzo 2003 in Australia, lasciando un enorme vuoto nel cuore di tutti i suoi fan; Valentino Rossi, dopo la sua morte, ha portato la bandiera col numero sette sul circuito australiano, in segno di affetto e rispetto per uno dei suoi idoli.

“Stare davanti ed uscirne vivo” è stato il motto della sua vita: vissuta al massimo, sempre.

Alice Lettieri

 

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