Daytona 1979
Bobby Allison e Cale Yarbourough in rissa dopo l'incidente tra lo stesso Yarborough e il fratello di Bobby, Donnie, all'ultimo giro della Daytona 500 del 1979. Credit: AP Images.

La parola primo, tra tutti i concetti descrittivi, è la più importante che usiamo come superlativo, per esprimere il più alto livello raggiunto. Così è, perché primo è una definizione univoca. Essere primo, significa che tutti coloro che ti seguiranno, dovranno conoscere il tuo nome. E rispettarlo.

Nel sud rurale degli Stati Uniti, sin dai tempi del proibizionismo, i cosiddetti moonshiners, distillatori clandestini di alcool, truccavano e potenziavano le loro auto per sfuggire alla polizia durante le loro tratte di contrabbando. Essere primi, in una situazione simile, era d’obbligo, altrimenti, la gattabuia attendeva.

Quando negli anni trenta il bando sull’alcol venne tolto, ai contrabbandieri non rimase nessun’altra opzione che quella di gareggiare tra loro. In tutto il sud, iniziarono ad andare in scena piccole corse non autorizzate, dove chi arrivava per primo era l’unico a non essere ultimo.

DAYTONA BEACH, BILL FRANCE E LE ORIGINI DELLA NASCAR

Tra tutti i luoghi dove le gare ebbero luogo, nessuna destinazione divenne così popolare come quella di Daytona Beach, Florida.

Le originali “Stock Car Races” in quel di Daytona Beach, sulla spiaggia. 1952. (Foto: Florida Memory)

La fine grana della sabbia, formava un suolo compatto ideale e pressoché perfetto. Nella prima metà del ventesimo secolo, gli ingegneri automobilistici utilizzavano le spiagge della Florida per migliorare i record di velocità su terra. Ma quando i laghi salati di Bonneville, Utah vennero individuati e scelti per una migliore resa, Daytona aprì le frontiere a una nuova era di gare, quella delle Stock Car.

Lo Stock Car racing si differenziava ampiamente dalla Formula 1, dalla IndyCar e da tutte le corse a ruote scoperte. Se da un lato troviamo una monoposto perfettamente creata per raggiungere la perfezione aerodinamica e di prestazioni motoristiche, dall’altra abbiamo un concetto completamente ribaltato: un’automobile da strada, resa bolide da sportellate e competizione spietata.

Finezza, contro ruvidità. Tecnica, contro aggressività.

Se le corse di Stock Car iniziarono ad avere grande popolarità nel deep south, è prinicipalmente grazie a un uomo chiamato Bill France. France iniziò ad essere un ossessionato seguace delle stock races sin dagli anni ruggenti: saltava la scuola solo per rubare l’auto dei genitori, una Ford Model T, guidandola in una pista in legno, una board track, a Laurel, nel Maryland. Quando la grande depressione colpì, il giovane Bill iniziò a viaggare per Daytona con nemmeno cento dollari in tasca, ma riuscì a rimanere a galla vincendo diverse gare sulla fine sabbia del luogo.

Bill France (destra) con il primo campione NASCAR, Red Byron, nel 1948. (Foto: legendsofnascar.com)

Eventualmente, Bill France smise di correre, per diventare un promoter. E il 21 febbraio del 1948, rivoluzionò il motorsport americano e mondiale, fondando la National Association for Stock Car Auto Racing, la NASCAR.

Prima della NASCAR, non c’erano regole, organizzazione, e nessun grande organo di governo per sanzionare le competizioni. Nulla impediva agli organizzatori di non pagare i piloti, e i vincitori. Grazie a France, un calendario stagionale, una regolamentazione, un sistema di punteggio di classifica e dei premi monetari ebbero luce, cementificando la NASCAR come prima vera, legittima lega di corse stock in America, attraendo talenti da tutta la nazione.

LA NASCITA DEL GIGANTESCO DAYTONA INTERNATIONAL SPEEDWAY

Fast-forward: dopo vent’anni di corse disordinate su spiagge, Bill France ordinò la costruzione di una pista megalodontica, dove i piloti non avrebbero dovuto nemmeno utilizzare più il freno: il risultato fu un percorso ovale di ben quattro chilometri, il Daytona International Speedway. Con ben trentuno gradi di banking, ovvero di inclinazione, la pura e sola grandezza dei vari turn risultò decisamente intimidatoria. E l’archittettura di un luogo dove da un lato può essere soleggiato, e dall’altro tempestoso, ancora oggi lascia a bocca aperta.

Il Daytona International Speedway, il giorno della prima 500 del 1959. (Foto: Jerry Ray – ISC Archives)

All’inaugurale gara, nel 1959, il pubblico rimase senza fiato: nessuno aveva mai visto qualcosa di simile. Duemila spettatori, davanti a sessanta Stock Car che letteralmente stavano volando a 220 km/h, in uno spettacolo alla sua prima grande gloria.

Sarebbe stato un finale controverso, quello della prima Daytona 500: Lee Petty e Richard Beuchamp giunsero alla linea del traguardo in unisono, al fotofinish. Bill France ci mise tre giorni, fatti di scrupolose analisi, per decidere il vincitore: fu Petty ad aggiudicarsi la prima storica 500. La controversia aiutò lo sport. I giorni di attesa fecero sì che la gara e il marchio NASCAR potessero essere discussi per oltre tre giorni, nelle prime pagine dei giornali di allora.

Petty e Beuchamp nel gran finale della prima Daytona 500 (Foto: AP)

Dieci anni dopo la costruzione del Daytona, Bill France ne commissionò un altro, di circuito, ancora più grande, in quel di Talladega, Alabama. Eppure, il circuito della Florida rimase il primo, unico, enorme evento dove vincere significava diventare leggenda, dove o arrivi primo, o sei ultimo.

DA SPORT RURALE A EVENTO INTERNAZIONALE: DAYTONA 1979

Giunti al 1979 però, la NASCAR soffriva ancora il pregiudizio di essere uno sport nato dal contrabbando, dai good ole boys del deep south, e veniva trasmesso, in differita e a spezzoni, grazie al programma ABC’s Wide World of Sports: una rassegna degli sport più pazzi d’america, tra un salto di Evel Knievel, il rasslin’ dei Dusty Rhodes e dei Jerry Lawler, e il Demolition Derby.

Ma in quell’anno, la CBS decise di scommettere tutto, e anche di più, sulla NASCAR, decidendo di acquistare i diritti per la trasmissione live della Daytona 500, e mandarla in onda per intero, con una copertura televisiva internazionale, mai azzardata prima. Sarebbe stato il primo evento di motorsport di così grande durata a essere trasmesso per intero in tutta la nazione americana, e oltre.

La crew della CBS alla Daytona 500 del 1979. (Foto: AP)

La NASCAR, si ritrovò letteralmente nella tempesta perfetta: una tormenta di neve lasciò la maggior parte degli USA dell’est chiusi in casa con nulla da fare se non guardare la televisione: New York, Philadelphia, Boston, e tutte quelle città in cui la cultura deviava su sport come la pallacanestro NBA e il Football NFL. La CBS era ben popolare nell’est: era la TV dell’Ed Sullivan Show, poi di Letterman, live da New York City.

Quindici milioni di persone videro la gara. Non una gara qualunque. Ma la corsa.

Fino a poco prima dell’inizio, piovve a dirotto: la paura di un rinvio, e quindi di perdere una così grande occasione, venne annullata quando miracolosamente la precipitazione si fermò. I primi quindici giri furono perfetti: una vetrina di ciò che poteva essere la NASCAR per il Mondo.

Al trentunesimo giro Cale Yarborough e i fratelli Allison, si ritrovarono davanti a tutti. Yarborough era il tre volte campione, il migliore in quella pista, gli Allison invece, due veterani pronti a tutto pur di vincere. Con un’infinità di giri davanti, i tre decisero di non essere conservativi, e ne pagarono il prezzo, finendo nell’infield e perdendo due giri dal nuovo leader.

Giunti all’ultimo giro però, Yarborough aveva completato una folle rimonta, e con uno dei fratelli Allison, Donnie, si ritrovò davanti a tutti.

La Stock Car di Donnie Allison guidata a Daytona 1979, fotografata nel 2014 a Detroit. (Foto: Chris Short)

Quello di Daytona 1979 è ancora oggi considerato il finale più incredibile nella storia della NASCAR. Il tre volte campione, da secondo, prova a entrare bruscamente, all’interno su Donnie Allison nel backstretch, prima dell’ultima curva. O primo o ultimo. Allison prova un disperato tentativo di difesa, chiudendo in maniera molto, molto aggressiva. Le auto si toccano una volta, e continuano il loro cammino, poi ancora, rimandendo sempre su una linea diretta, e infine una terza volta: Cale Yarborough si gira contro il muretto esterno, Allison lo segue, e i due finiscono ancora una volta nell’infield, stavolta senza più speranze.

Dietro di mezzo giro, a venti secondi, giungono Richard Petty, Darrell Waltrip ed A.J Foyt, ignari dell’impossibilità di vittoria, diventata possibile. Il trio, vede le bandiere gialle, scorge le auto di Donnie e Cale nel fango, e prima dell’ultima curva, inizia a battagliare per l’improbabile vittoria.

Allison e Yarborough: l’incidente. (Foto: AP)

Richard Petty mantiene miracolosamente la posizione, difendendo la slingshot di Waltrip e vincendo la sua sesta gara a Daytona, un record ancora oggi imbattuto, aggiungendo la vittoria del 1981. Un’altra storia per un’altra volta.

Nel frattempo, Yarborough e Bobby Allison, il fratello, che si era fermato per fare rissa, scesero dai loro bolidi e iniziano a combattere, letteralmente. Una battaglia a pugni chiusi tra due indiavolati perdenti, almeno quella sera.

La rissa tra Allison e Yarborough. (Foto: AP/Ric Feld)

Nello spazio di pochi minuti, quindici milioni di americani videro un finale di gara drammatico, un incidente al cardiopalma, uno spettacolare ultimo giro, un record indistruttibile venire siglato da uno dei più iconici piloti americani, e un combattimento in piena regola.

Da sport regionale, a fenomeno nazionale. La NASCAR divenne parte di quello spettacolo crudo così tanto necessario all’America.

La Daytona 500 nei giorni nostri, 2015. (Foto: Wikimedia CC)

Rimase però nel tempo la criticabile cultura dei tifosi, da sempre e per sempre radicata nel sud degli USA, e lo stereotipo, difficile da cancellare. La NASCAR non è la Formula 1, non lo sarà mai. Ma nella terra del “dove non sei primo, sei ultimo”, frase presa dal film Talladega Nights con Will Ferrell, non si va per trovare purezza tecnica ed egregia qualità ingegneristica.

Ma per spettacolo, sportellate e pugni chiusi. Il motorsport, e lo sport in generale, è anche questo.

Simone Altrocchi

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