Ricordare James Hunt a 27 anni dalla sua morte significa andare a scavare in una Formula 1 che non c’è più. Quella fatta di rivalità e di amicizie che andavano ben oltre i cordoli delle piste, come ben descritto nel film Rush di Ron Howard.

James Hunt è stato consegnato alla storia da quel Mondiale 1976 strappato all’ultima gara sul circuito del Fuji a Niki Lauda, sotto una pioggia incessante. Eppure, il talento dell’inglese gli avrebbe sicuramente permesso di ottenere di più in carriera, se fosse stato supportato da una filosofia di vita e da una mentalità meno inclini all’eccesso e all’esagerazione, in pista ma soprattutto fuori.

GLI ESORDI

Nato il 29 agosto del 1947 a Londra, James cominciò a farsi notare già dalle sue prime apparizioni, appena diciottenne, nelle gare riservate alle Mini, a cui era stato avviato dal fratello maggiore. Nel ’68 iniziò la carriera in monoposto con la F. Ford, e l’anno successivo debuttò in F.3 alla guida della Brabham del team Motor Racing Enterprises. Durante la prima stagione si fece notare soprattutto per uno stile di guida non certo ortodosso, che gli fece guadagnare il soprannome di Hunt the Shunt (Hunt lo Schianto). L’episodio più famoso è quello verificatosi sul circuito di Crystal Palace, dove si toccò con Dave Morgan (e non con Niki Lauda, come erroneamente riportato in Rush), per poi andarlo a estrarre dall’abitacolo e prenderlo a spintoni.

LA FORMULA 1

I risultati però con il tempo maturarono e nel 1973 finalmente arrivò il debutto in F1 alla guida ancora della March portata in pista dal team di Alexander Hesketh, ricco barone inglese che portò nel paddock quel tocco di glamour che ad uno come Hunt certamente non dispiaceva. Alla fine del 1975, però, il piccolo team che correva senza sponsor dovette chiudere i battenti e James si accordò con la McLaren, dove andò a sostituire Emerson Fittipaldi. Il guanto di sfida a Lauda e Ferrari era stato lanciato.

La stagione 1976 non iniziò bene per il team guidato da Teddy Mayer, che ottenne la vittoria solo nel Gran Premio di Spagna. Il punto di svolta si ebbe al Nurburgring, sull’Inferno Verde della Nordschleife, quando Lauda uscì di strada al Bergwecht, la sua vettura si incendiò e lui fu estratto da Merzario e Lunger dopo aver inspirato una grande quantità di fumi tossici. L’austriaco tornò in pista soli 42 giorni dopo a Monza, facendo un miracolo, ma nel frattempo Hunt aveva vinto in Germania e Olanda, avvicinandosi in qualifica. I trionfi in Canada e USA poi portarono all’epilogo del Fuji.

Si è scritto e detto molto su quella gara tremenda; la verità, molto probabilmente, è che Ecclestone aveva ormai venduto i diritti televisivi e il GP doveva per forza partire. I piloti si accordarono per rientrare al box dopo i primi giri, ma solo pochi di loro rispettarono l’accordo. Tra questi c’era Lauda, che ammise anche di non voler correre perchè i rischi erano troppo alti. Hunt terminò terzo dopo un pit stop e una rimonta incredibile nei giri finali, vincendo il Mondiale per un punto solo.

IL RITIRO E LA CARRIERA DA COMMENTATORE

Potrebbe essere stato l’inizio di un duello a suon di mondiali con l’amico-nemico Lauda, ma l’inglese si lasciò trasportare dal successo e dalla popolarità, facendosi notare in più di un’occasione per eccessi in alcol, fumo e donne. L’anno successivo ottenne tre vittorie, ma la McLaren non era più competitiva, e alla fine del ’78 Hunt si trasferì alla Wolf. Dopo il ritiro al GP di Monacoo 1979, decise che era ora di smettere con le corse e appese il casco al chiodo.

Il destino però non lo tenne lontano dalle piste per molto. Negli anni ’80, infatti, fu il commentatore tecnico per i Gran Premi della BBC. La sua voce è ancora oggi ben riconoscibile nel Classic Rewind proposti dal canale Youtube della F1; competente, brillante e arguto, spesso fu rimbeccato per la sincerità mostrata ai microfoni, come sempre successo anche da pilota. Il 15 giugno del 1993 fu ritrovato senza vita nel suo appartamento di Londra, e pare che fumo e alcol abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’arresto cardiaco che ne ha provocato la morte.

Che dire di James Hunt? Pilota e uomo d’altri tempi, con un talento enorme che ha saputo entrare nella Storia del Motorsport. Chissà come commentano i GP attuali lui e Niki, da lassù!

Nicola Saglia

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