lewis hamilton
Hamilton con la t-shirt Black Lives Matter

L’aggiunta al calendario 2021 del Gran Premio dell’Arabia Saudita ha scatenato da subito reazioni contrastanti. Negli ultimi giorni, un gruppo di attivisti per i Diritti Umani ha scritto una lettera aperta a Lewis Hamilton. In sostanza gli hanno chiesto di prendere una posizione netta nei confronti del regime di Riyad.

Hamilton, paladino delle minoranze

Negli ultimi anni Lewis è stato sicuramente il più attento, tra i piloti sulla griglia di partenza, al tema dei diritti umani. Il suo impegno al fianco del movimento Black Lives Matter durante le proteste in tutto il mondo ha avuto un’eco importante, tanto da convincere Mercedes e Formula 1 a schierarsi al suo fianco con diverse iniziative.

Parole e azioni assolutamente meritorie da parte del sette volte Campione del Mondo, a cui riconosciamo l’onore di avere acceso luci importanti dove prima vedevamo solo ombre. Quando si arriva molto in alto, però, la buccia di banana su cui si rischia di scivolare, si sa, è sempre dietro l’angolo.

In questo caso, ha preso la forma del GP in Arabia Saudita. Al momento del suo annuncio, in molti hanno storto il naso. Il Paese, infatti, non è certo conosciuto per essere un modello di democrazia e di progresso sociale. Dopo gli arcobaleni sulle macchine, l’hashtag We race as one e tutte le iniziative prese, in molti hanno gridato allo scandalo, peraltro con motivazioni più che condivisibili.

Mettiamo però subito in chiaro le cose: quando si tratta di denaro (e in questo caso è proprio così), storicamente, la F.1 non ha mai guardato in faccia nessuno. La presenza in calendario dei GP in Russia, Cina, Bahrain è una prova che i diritti umani passano tragicamente in secondo piano quando si tratta di business.

Lo sponsor principale del Circus oggi è Aramco, società saudita che opera nel mondo degli idrocarburi; facile fare due più due. La famiglia reale saudita, così, si è assicurata un altro evento di portata internazionale, che dia un’immagine di apertura di un Paese che invece resta il meno democratico del mondo.

Gli attivisti: Lewis boicotti il GP!

Nella lettera indirizzata a Hamilton e condivisa dal sito di news Middle East Eye, al campione inglese viene esplicitamente chiesto di “dare un segnale forte in favore dei Diritti Umani, boicottando il Gran Premio dell’Arabia Saudita”.

“Speriamo che tu continui la tua coraggiosa lotta in Formula 1”, hanno scritto gli attivisti. “La tua voce potrebbe essere fondamentale per migliorare la situazione di migliaia di donne nel paese e per cessare le sofferenze nello Yemen”.

Nel silenzio del mondo e delle sue istituzioni più importanti, infatti, il principe regnante arabo continua nella discriminazione verso le donne e nella guerra con il confinante Yemen per il controllo di alcuni pozzi petroliferi. Alla faccia del Rinascimento culturale di cui si sente (stra)parlare in questi giorni. Senza poi parlare dell’omicidio Kashoggi, il giornalista ucciso e fatto a pezzi in circostanze a dir poco misteriose.

Il silenzio di Hamilton

Purtroppo, già nei giorni dell’annuncio del GP Lewis è sembrato essere alquanto reticente sull’argomento. “Non so molto della situazione laggiù”, ha commentato. Risposta quantomeno sospetta, per un personaggio che si reputa cittadino del mondo e non perde occasione per mostrare al mondo le sue idee, peraltro spesso meritorie e assolutamente condivisibili.

La richiesta degli attivisti è dunque assolutamente corretta e ha il merito di non far cadere il silenzio su situazioni che vanno ben oltre lo sport, ma che quest’ultimo può aiutare a cambiare. Purtroppo, però, è con ogni probabilità destinata a restare una chimera.

Che piaccia o no, Hamilton resta una ruota dell’ingranaggio F.1, che muove miliardi di dollari ogni anno. I contratti vanno rispettati ad ogni costo, anche passando sopra ad ideali e convinzioni personali. Probabilmente ci saranno iniziative di facciata, ma non aspettiamoci molto di più.

Certo, saremmo felicissimi di venire smentiti da Hamilton o dai suoi colleghi al loro arrivo in Arabia con una clamorosa rinuncia, stile protesta a Kyalami 1982. Ma, non essendoci più personaggi dello stesso calibro di allora, il timore è quello che si faccia, come sempre, buon viso a cattivo gioco in nome del vil denaro.

Nicola Saglia

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