Pierre Gasly sul luogo dello schianto dell'amico Hubert
Pierre Gasly sul luogo dello schianto dell'amico Hubert

Uno spazio su The Players’ Tribune, la piattaforma fondata dall’ex capitano dei New York Yankees Derek Jeter, ha consentito a Pierre Gasly di raccontare la sua verità riavvolgendo il nastro sull’amicizia con Anthoine Hubert e sulla propria ascesa con AlphaTauri.

Una lettera limpida, genuina, dove i sentimenti la fanno da padrone. Così il pilota francese ha deciso di comunicare con gli appassionati, mettendo a nudo i pensieri e le fragilità che lo hanno travolto a metà 2019, tra la retrocessione in Toro Rosso e la morte di Hubert in quel maledetto weekend del GP del Belgio.

UNITI DAL DESTINO

Passionale, emotivo ma al contempo misurato. Gasly non perde il controllo in quello che è un lucido racconto del momento in cui apprese dell’incidente e del fatale destino del connazionale. Il profondo legame di amicizia che li univa era radicato nell’amore per i motori, un mondo in cui un giovanissimo Hubert brillava già di luce propria quando Gasly era all’esordio sui kart.

“Era quello con il casco arancione. Era il ragazzino più veloce della Francia. Quando ho iniziato nel karting nel 2005, Anthoine Hubert era ‘il fenomeno’” scrive Gasly, alludendo a una fama da “predestinato” per il giovane francese nel proprio territorio nazionale.

La sua fama lo precedeva e Anthoine era certamente un’ispirazione per il giovane Pierre, ma a un certo punto le loro strade si sono incrociate nel 2009. Un programma scolastico per kartisti a livello agonistico ha portato i due giovani piloti a distinguersi dagli altri per carattere e ambizioni, motivandosi a vicenda e condividendo l’obiettivo di arrivare in F1.

“Mi ricordo che eravamo in palestra, uno guardava l’altro e diceva ‘Sei stanco?’ ‘Nah, e tu?’ ‘Nah’. Eravamo entrambi sicuramente molto stanchi. Esausti. Ma ci nutrivamo a vicenda con la nostra energia. Eravamo fatti così”

AGOSTO 2019

Anche dieci anni dopo, l’energia era la stessa. Pierre Gasly, vittima del perverso meccanismo Red Bull, è stato rimpiazzato da Alex Albon alla luce di un inizio di stagione deludente sulla vettura del team anglo-austriaco.

“Volevo migliorare. Volevo che funzionasse. Ma Helmut Marko mi ha chiamato mentre ero in vacanza in Spagna e ha detto: “Ti rimanderemo alla Toro Rosso in un cambio per Alex Albon. Non significa che con noi è la fine della storia. Ma con tutto il rumore dei media riteniamo che sia meglio”. È così che funziona. Questa è la F1” racconta Gasly

Alla glaciale telefonata di Helmut Marko, tuttavia, è seguito un indimenticabile messaggio di supporto da Hubert: “Dimostra loro il contrario. Sii forte, fratello. Dimostrerai che meriti un sedile in un top team e si renderanno conto di essersi sbagliati”.

Un messaggio di buon auspicio, con entrambi i piloti completamente ignari di ciò che il destino avrebbe riservato di lì a poco. L’incidente a Spa ha colpito Gasly come un fulmine a ciel sereno dopo il briefing, riportando la morte tra gli argomenti del motorsport contemporaneo e demolendo le certezze del giovane pilota.

“Ma poi quel sabato è arrivato, e il mio mondo è cambiato. Ho perso un amico, un fratello. Ho perso una delle persone, forse ce ne sono altre due o tre, che capissero veramente cosa volesse dire vivere una vita del genere. Anthoine e io ne avevamo passare tante insieme. Avevamo condiviso questa strada, questo viaggio. E quando se n’è andato, anche una parte di me se n’è andata”

MONZA: LA CHIUSURA DEL CERCHIO

Le nove occasioni di riscatto in casa Toro Rosso a fine 2019 hanno lentamente ricostruito la sicurezza di Gasly, protagonista di una notevole crescita anche nel corso dell’anno della pandemia. Una stagione compressa, atipica, ma per il 24enne francese decisamente una benedizione. Dal trasferimento a Milano alla costanza nei risultati in pista, il 2020 ha sorriso a Gasly attraverso stabilità e pura resilienza.

Il successo a Monza, inaspettato e travolgente, può essere percepito come un segno del destino, parte di una congiunzione astrale favorevole. Un anno dopo la fase più turbolenta e difficile della sua carriera, in cui si era visto retrocedere da un top team a metà gruppo e in cui aveva pianto fino a esaurire le lacrime per la scomparsa dell’amico, eccolo vincitore in Italia. Il suo trionfo nel silenzio di un autodromo pressoché vuoto, ma davanti a una platea di telespettatori commossi non si può dimenticare facilmente.

“E quando era finita, non riuscivo ad andarmene. Mi sentivo come se fossi legato al podio. In un certo senso, senza fan lì, sembrava giusto. A tratti il viaggio fino a quel momento era stato in solitaria. Là sopra, da solo, ho pensato a tutti i meccanici, gli ingegneri, tutti gli uomini e le donne di AlphaTauri che lavorano dietro le quinte per rendere possibile un momento del genere. E poi ho pensato al ragazzo con il casco arancione. L’ho sentito lì. Sapevo che mi stava guardando. I suoi sogni erano i miei sogni. I miei sogni erano i suoi sogni. E quel momento è stato il nostro momento”.

Beatrice Zamuner

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