Il Media Center di Jeddah, dove sarà in vigore il dress code imposto dagli organizzatori. Credits: F1 Official Website
Il Media Center di Jeddah, dove sarà in vigore il dress code imposto dagli organizzatori. Credits: F1 Official Website

Gli organizzatori del Gran Premio d’Arabia Saudita hanno fornito il dress code che i team di Formula 1 e di Formula 2 dovranno adottare durante il weekend di gara. Da qualche giorno ne parlano tutti gli addetti ai lavori, ma il primo a farlo è stato Guillaume Capietto del team Prema, che ha riportato su Twitter le linee guida.

No a pantaloncini e minigonne!

Capietto ha commentato con ironia queste disposizioni: “Abbiamo ricevuto il dress code per Jeddah. Se ho capito bene, visto che sono un uomo, non potrò indossare i pantaloncini, ma posso comunque indossare un kilt, che è vietato per le donne. Ridiamoci su che è meglio”.

L’ingegnere francese ha poi pubblicato sul suo profilo Twitter le immagini degli indumenti vietati dagli organizzatori del Gran Premio. Nel documento spiccano soprattutto quelli vietati alle donne, che non potranno mostrarsi in pantaloncini, bikini e minigonne, altrimenti saranno respinte ai tornelli di ingresso. Per quanto la riguarda la scollatura, i promotori consigliano una decente, che non lasci troppo scoperto il petto.

I tweet al momento sono scomparsi dall’account ufficiale di Capietto, ma ciò non cambia il fatto che le immagini del dress code accendano di nuovo le polemiche su un appuntamento che sin dal suo inserimento in calendario ha portato in dote malumori da parte di molti, in primo luogo dei fan.

Polemiche che si susseguono da tempo

Gli attivisti per i diritti civili, inoltre, hanno più volte cercato di porre sotto la luce dei riflettori i vari problemi riguardo i diritti umani calpestati sistematicamente in Arabia Saudita. Nei mesi precedenti più di 45 associazioni umanitarie hanno chiesto a Lewis Hamilton di boicottare la gara o, almeno, di indossare una maglietta che evidenzi queste problematiche.

Un altro esempio di Paese con problemi per quanto riguarda i diritti civili è il Qatar, dove la F1 correrà a novembre e nel quale Amnesty International ha più volte denunciato le violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, la Formula 1 andrà a correre in questi due paesi controversi, con l’obiettivo dichiarato di riuscire a cambiare la mentalità ed aprire le porte ai diritti civili. 

Missione ardua, pressoché impossibile; il dress code imposto è solo un esempio di come in Arabia Saudita siano in vigore regolamenti che limitano non poco le libertà personali. Gli uomini del paddock dovranno adattarsi; staremo a vedere se ancora una volta il colore dei soldi contribuirà a fare dimenticare questo aspetto, o se nei prossimi anni qualcosa cambierà.

Chiara Zaffarano

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