Nico Rosberg ritiro
Credit: profilo Twitter Nico Rosberg

L’impensabile in Formula 1 prende una delle sue tante forme il 2 Dicembre 2016: Nico Rosberg annuncia il suo ritiro, cinque giorni dopo aver vinto il Mondiale. Intorno all’ora di pranzo il mondo apprende della decisione del tedesco. Questa diventerà uno dei temi più inesplorati ed intriganti del Circus negli ultimi trent’anni.

Un ritiro all’apice

Andando a memoria e senza ravanare in un passato che non abbiamo vissuto, Nico Rosberg rappresenta l’unico pilota che appende il casco al chiodo all’indomani della conquista del primo Titolo. Non solo: Nico è nella sua migliore Stagione, proprio nel momento di massima forma.

La dimostrazione migliore è il controllo nervoso sulla condotta al rallentatore di Lewis Hamilton sul tracciato di Abu Dhabi nell’ultima gara del 2016. L’inglese viene pizzicato in una delle pagine meno gloriose del suo palmarès, quanto prova il tutto per tutto in ottica Mondiale facendo da tappo come se fosse in un GP al simulatore.

Nico, con la sua scelta, diventa uno degli sportivi (pochi) che fa una scelta del genere. Forse possiamo paragonarlo ad altri due ritiri da leggenda: Schumi, nel 2006 al GP del Brasile, ed Alberto Tomba a Crans Montana nel 1998.

Trentuno anni

Nella Formula 1 attuale, annunciare il ritiro a trentuno anni, tra l’altro di propria volontà, non è….normale. Guardando gli annali della Formula 1, forse il ritiro di Jackie Stewart pare avere qualche punto in comune con quello di Nico. Va detto che siamo andati talmente in retromarcia con le lancette che stiamo parlando di un’epoca sportiva in cui arrivare a trent’anni guidando in Formula 1 era una Grazia ricevuta. Un dono talmente grande da andare ad accendere ceri grossi come la Torre di Pisa.

Tornando al 2016, l’ultimo campione del mondo regnante che annuncia il ritiro è Alain Prost, nel 1993. E l’ultimo pilota che ha smesso a trentun anni ha il nome e cognome di Vitantonio Liuzzi. Non ce ne voglia il pescarese, ma la sua parabola agonistica differisce da quella di Nico Rosberg. Del resto, il ritiro dell’italiano è stato indipendente dalla sua volontà.

I motivi di una scelta

Rosberg, al momento del ritiro, era ancora competitivo, guidava una vettura competitiva a livello imbarazzante (per gli altri) ed era inserito in un ambiente senza grossi screzi, almeno a giudicare dal divano sul quale siamo sprofondati nella stagione 2016.

Lecito quindi domandarsi cosa ci fosse dietro. Tuttavia, fondamentalmente, non siamo nella testa di Nico e impiegare psicologia spicciola, spifferi da dietro le quinte e interpretazioni fantasiose non può funzionare. Solo Rosberg conosce i veri motivi, ma in un certo senso ha fatto valere la sua libertà di poter mollare la presa nel momento in cui le motivazioni se ne vanno e la stanchezza si fa sentire di più, fosse anche il giorno dopo il conseguimento di un importante traguardo. Nonostante un contratto fino al 2018 e nonostante uno stipendio…adeguato.

In fondo, in un’intervista dell’epoca, Toto Wolff disse in Formula 1 ci sono tanti furbi. Basta un attimo perché altri sfruttino un momento di debolezza o cerchino di imporsi come dei “comandini”.

Quello che manca

Nico non ha avuto ripensamenti e da quel giorno di Dicembre, ha impostato la sua nuova carriera in svariati business, oltre a un canale YouTube spesso interessante. Quanto ci manca la presenza di Nico Rosberg in griglia?

Previsioni fantasiose a parte, fosse rimasto l’eterna promessa dei tempi in cui guidava la Williams e per cui avevano appioppato il soprannome di Barbie grazie alla faccia da bravo ragazzo e il capello biondo lungo alla Bon Jovi leccato da una mucca, avremmo detto per niente. Probabilmente avremmo tirato fuori la solita storia del raccomandato, ma si tratta di una fesseria. A parte le fotografie di presentazione effetto nostalgia che servivano di più alla Williams per promuoversi, papà Keke non ha mai fatto invasioni nella carriera del figlio.

Più di tutto ci, anzi “mi”, mancano tre cose. La prima: essere la controparte veloce, presentabile e genuina di Hamilton. Non è da tutti riuscire a tenere testa, adattarsi al ritmo e a tutti i trucchi del mestiere che l’inglese mette in pista. La seconda: essere un pilota in grado di parlare correttamente cinque lingue, di salire sul podio a Monza e trascinare il pubblico italiano senza che la folla inferocita cerchi di sbranarlo per aver profanato l’Autodromo.

La terza: avere insegnato che un pilota di talento, senza la vettura giusta, non può andare da nessuna parte. Spesso tendiamo a dimenticarci la prima metà non entusiasmante della carriera di Nico o gli anni in una Mercedes non così dominante. Eppure il ragazzo ha dimostrato di avere le capacità per tenere testa ai due piloti più vincenti di ogni epoca in Formula 1, al netto dei contesti e delle parabole di carriera nelle quali queste sfide hanno avuto luogo.

Luca Colombo

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