Gli ultimi due Gran Premi di Formula 1 del 2019 hanno registrato una presenza femminile sul podio: sul gradino più alto, per ritirare il trofeo riservato ai Costruttori, sono salite Hannah Schmitz (Red Bull, GP del Brasile) e Britta Seeger (AMG Mercedes, GP di Abu Dhabi). Nonostante entrambi gli eventi siano generalmente passati sotto traccia, potremmo trovarci di fronte ad un passo in avanti più concreto nel riconoscimento della parità del contributo femminile al mondo del motorsport, dove la concretezza sta nel riconoscimento fattuale del merito e non come frutto di una ghettizzazione mascherata da avanguardia.




Hannah Schmitz fa parte del team che decide le strategie di gara in seno alla Red Bull, ricoprendo il ruolo di chief race strategist: in Brasile è stata premiata con un “giro” sul podio per aver richiamato Max Verstappen al pit-stop durante il regime di Safety-Car. Il team principal Christian Horner aveva commentato la chiamata ai box così: “A quel punto della gara è come giocare a scacchi: sai, essendo il leader della gara, che il tuo avversario diretto farà il contrario, per cui cedere posizioni è una manovra piuttosto coraggiosa… bisogna sentirsi sicuri di essere in grado, successivamente, di sorpassare in pista”.

Britta Seeger non fa parte della scuderia AMG Mercedes, ma siede nel board della Daimler e ricopre un ruolo di responsabilità esecutiva sul marketing e vendite globali di Mercedes-Benz. Una delle voci più ricorrenti nel paddock, parla di una Formula 1 senza AMG Mercedes da fine 2020 (con conseguente “giro di giostra” di Lewis Hamilton in Ferrari): la Seeger, in altre parole, si trova in una posizione nella quale avrà un’influenza decisiva sulle scelte che Mercedes dovrà prendere durante l’inverno per confermare (o meno) l’impegno in prima persona nella Formula 1 sul medio termine.

Salire sul podio in una gara di Formula 1 è un onore che solitamente viene concesso a chi ha un ruolo rilevante all’interno della scuderia vincitrice o chi viene premiato per una decisione che è stata un “game changer” durante la gara. Il fatto che Red Bull e AMG Mercedes abbiano deciso in autonomia e senza particolari obblighi o pressioni mediatiche per esibire una “quota rosa” sul podio a favore di telecamera è sicuramente una dimostrazione di come, in queste scuderie, venga premiato (o, quantomeno, promosso) il valore aggiunto che un componente del team può generare, indipendentemente dal sesso.

Negli ultimi tempi abbiamo notato come la Formula 1 targata Liberty Media (e, in parte, la FIA di Jean Todt) sia alla disperata caccia di un più vasto consenso di pubblico e come questo corrisponda spesso all’endorsment di posizioni verso temi, come ad esempio la recente presa di coscienza ambientale, che risultano nella maggior parte dei casi poco credibili, vista la natura elitaria della massima competizione automobilistica, e che comportano azioni che potremmo definire sgangherate.

Del resto, sulla questione di genere abbiamo già avuto modo di dire la nostra quando la Formula 1 si è avventata con la grazia di un elefante sullo scivoloso tema delle grid girls: i tifosi sono sopravvissuti all’abbandono delle ragazze con la tabella, non hanno del tutto digerito i grid kids e comunque i Gran Premi hanno visto nuovamente ragazze… appariscenti dimenarsi proprio davanti a chi ha fatto la parte del moralizzatore, come il recente esempio delle cheerleader ad Austin.

Il punto è che con la questione delle grid girls o la creazione di campionati ad-hoc (come la W-Series) si vorrebbe perseguire una posizione d’avanguardia sul problema, ma alla fine dei conti si crea un palliativo ghettizzante. Probabilmente avremo una vera rivoluzione, nell’apprezzare il contributo femminile nella Formula 1 e in tutti gli ambiti del motorsport (per altro già radicato non solo a livello di PR, ma in tutti gli ambiti, dal pilotaggio all’ingegneria), nel momento in cui avremo più riconoscimenti non scontati e non pilotati come quelli che Red Bull ed AMG Mercedes hanno fatto recentemente vedere.

Luca Colombo

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