Era una serata primaverile come tante altre, con gli italiani in gran parte alle prese con il rientro dalla classica gita fuori porta che caratterizza il 25 Aprile. Una giornata di svago e relax, anche se c'era qualcuno che in quell'occasione ne aveva approfittato per mettersi al lavoro in pista e salire a bordo della propria Audi. Già, perchè Michele Alboreto, a dispetto dei suoi 44 anni d'età e di una lunga carriera ricca di soddisfazioni, aveva tutta l'intenzione di congedarsi dal mondo delle corse in grande stile, preparando nel migliore dei modi quella gara tanto attesa che gli aveva già regalato il successo forse più prestigioso: la 24 ore di Le Mans.

Era una serata come tante, dicevamo, con quel senso di appagamento e soddisfazione che le ore trascorse in famiglia o a stretto contatto con la natura avevano regalato, capaci quasi magicamente di poter riconciliare sé stessi con l’amore per la bellezza della vita. Eppure, a spezzare in maniera violenta e crudele quello stato di cose arrivò quella notizia. Improvvisa e inaspettata, come un colpo basso dal quale fatichi a riprendere fiato. Michele Alboreto è morto. Un incidente, probabilmente dovuto ad un guasto tecnico, mentre girava da solo su una pista semi-sconosciuta in Germania. A quei tempi non esisteva Twitter, né il tam-tam dei Social Network capaci di riprendere e amplificare qualsiasi news praticamente in tempo reale. Dunque si dovevano attendere conferme dai telegiornali, magari in attesa di poterne sapere qualcosa di più dalla stampa in edicola il giorno dopo.

Eppure, tristemente e tragicamente, era tutto vero. Proprio a colui capace di affrontare centinaia di gare nella propria carriera senza aver mai avuto in incidente grave, in un’epoca dove uscire di strada significava ancora correre il serio rischio di farsi del male. Era successo proprio a lui. Una foratura (si sarebbe scoperto più tardi) aveva reso ingovernabile l’auto lanciata a tutta velocità in pieno rettifilo, facendola decollare e ribaltare oltre il guard rail. Il cedimento del roll-bar non aveva lasciato scampo al povero Michele. Una fine ingiusta, con il pensiero che inevitabilmente corse alla moglie Nadia, alle figlie Alice e Noemi, al fratello Ermanno e a tutti gli amici che lo avevano seguito con affetto nel corso della sua carriera.

La folla presente ai funerali, svoltisi nella chiesa di Basiglio pochi giorni dopo, resero il giusto omaggio a colui che per quasi vent’anni aveva saputo emozionare migliaia di tifosi sui grandi palcoscenici del motorsport. Un campione di umiltà, gentilezza e generosità: parole spesso usate a sproposito per ricordare chi non è più tra noi, ma mai come nel caso di Michele adatte a descrivere la figura di un uomo, prima che di un pilota, universalmente apprezzato da tutti per le proprie doti. A distanza di diciotto anni dalla sua scomparsa, il ricordo di Michele rimane vivo più che mai nei cuori di tutti gli appassionati. Con una speranza, finora rimasta tale: quella che a rendergli onore nella giusta maniera possa essere anche il suo circuito di casa, quell’autodromo di Monza che lo aveva visto da ragazzino nei panni di entusiasta tifoso, prima di accoglierlo quale assoluto protagonista in pista. Sarebbe il modo migliore per celebrare il suo nome, anche agli occhi delle nuove generazioni di piloti e tifosi che da lui potrebbero solo trarre ispirazione ed esempio.

Marco Privitera

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