Aveva ventitrè anni, Riccardo Paletti, quel giorno di trentuno anni fa a Montreal. Coronava finalmente il suo sogno, quello di essere al via di un Gran Premio di Formula 1. Sino a quel momento, la propria stagione d’esordio gli aveva riservato ben poche soddisfazioni: tre mancate qualificazioni e una sola partenza, in quel Gp di San Marino con al via soltanto 14 vetture a causa della guerra in atto tra Fia e Foca, per una corsa durata appena sette giri, alle prese con una Osella che era tutto tranne che affidabile e competitiva. Ma quel giorno, il 13 Giugno 1982, la grande occasione sembrava finalmente essere arrivata: ventitreesimo in griglia, e soprattutto l’ebbrezza di potersi schierare in griglia al fianco di campioni quali Prost, Arnoux, Rosberg, Piquet, Pironi. Già, Pironi. Proprio colui che, all’accensione del semaforo verde, accusa un problema alla propria Ferrari. La vettura non parte, il motore si spegne, ed il francese rimane piantato in prima fila. Da dietro, il gruppo dei piloti sopraggiunge sempre più veloce, tutti lo evitano, alcuni lo schivano millimetricamente: tutti, tranne uno. Paletti non si avvede della Ferrari bloccata al palo, forse proprio a causa della visuale ostruita dagli altri concorrenti, e quando se ne accorge, ormai è troppo tardi: l’impatto è violentissimo, il tamponamento avviene quando l’Osella ha già raggiunto una velocità di circa 180 Km/h. La Ferrari viene scaraventata parecchi metri più in là, con la macchina azzurra di Paletti che invece rimane praticamente sul posto. La zona anteriore della vettura praticamente non esiste più, e dentro il pilota milanese giace privo di conoscenza. Tra gli spettatori, la mamma di Riccardo, Gina, giunta in extremis sul circuito all’insaputa del figlio, osserva impietrita da bordo pista. Pironi scende dalla propria Ferrari e si precipita verso la vettura di Paletti, nel tentativo di prestargli soccorso. Le immagini trasmesse in mondovisione continuano a riprendere la scena come in un film, dove gli spettatori tengono il fiato sospeso sperando nel lieto fine. Ma non va così. Non appena i primi soccorritori intervengono nel tentativo di estrarre il pilota dall’abitacolo, scoppia un incendio. Immediato, inaspettato, violentissimo. Partono gli estintori, Pironi si mette quasi a coordinare le operazioni di soccorso, ma il fuoco sembra non volersi arrendere. Ci vogliono parecchi, interminabili, secondi affinchè la situazione possa ripristinarsi al fine di poter di nuovo intervenire sul pilota. Il quale, nel frattempo, ha respirato le sostanze estinguenti che, a causa delle gravi ferite riportate nella zona toracica, gli sarebbero risultate fatali. Il trasporto all’ospedale di Montreal è inutile: Paletti viene dichiarato morto poche ore dopo. Due giorni più tardi avrebbe compiuto ventiquattro anni. Una tragedia, quella del pilota milanese, che segnò profondamente l’opinione pubblica e gli appassionati, già scossi dalla scomparsa, avvenuta soltanto poche settimane prima, dell’idolo Gilles Villeneuve. Alcuni pennivendoli della carta stampata ebbero il coraggio di indicare, anzichè la fatalità, lo stesso Paletti come responsabile dell’incidente, accusandolo di essersi “comprato” un posto in Formula 1 a suon di dollari e di essere ancora troppo inesperto per gareggiare a quei livelli, ignorandone la passione, l’umiltà e la determinazione che lo contraddistinguevano, al pari di tanti altri giovani piloti. In effetti, la carriera di Paletti si può definire una vera e propria ascesa “lampo”: dopo una passione adolescenziale per il karate, debuttò all’età di diciannove anni in Formula SuperFord, ottenendo subito discreti risultati. L’anno successivo passò in Formula 3, concludendo al 12° posto il campionato italiano, per poi passare nel 1980 in Formula 2, dove conquistò il settimo posto finale. Supportato dal padre che decise di finanziarne la carriera, passò nel 1981 al campionato europeo di Formula 2, dove in una stagione costellata da numerosi ritiri riuscì comunque ad ottenere due piazzamenti sul podio. L’opportunità di fare il grande salto in Formula 1 gli venne data da Enzo Osella, patron dell’omonimo team, con il quale Paletti aveva già gareggiato agli inizi della propria carriera. La vettura si rivelò estremamente fragile e poco competitiva, costringendo il giovane milanese a diverse mancate qualificazioni. All’indomani del Gran Premio del Belgio, commentando la tragedia di Villeneuve, Paletti disse: “Se fosse capitato a me, i giornali mi avrebbero dedicato poco più di un trafiletto”. Si sbagliava. Alla memoria del giovane pilota venne intitolato l’autodromo di Varano de’ Melegari, grazie al quale ancora oggi quel ragazzo dai grandi occhiali continua a vivere nella memoria degli appassionati.

 

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