Dopo la guerra-lampo di Sepang, è arrivata la pace inglese. Luogo: Milton Keynes, quartier generale Red Bull. Presenti in aula: Sebastian Vettel e Mark Webber. Testimoni e (allo stesso tempo) giudici: Christian Horner, Helmut Marko e Adrian Newey. A pochi giorni dal “fattaccio” accaduto nel finale del Gran Premio malese, è arrivato il processo per direttissima. Con un solo personaggio sul banco degli imputati: lui, il tedesco di Heppenheim, il tre-volte campione del mondo, croce (almeno in questo caso) e delizia del team di Mateschitz. La sentenza è arrivata chiara, inappellabile, anche se un corposo antipasto era già andato in scena con le dichiarazioni dell’immediato dopo-gara. Nessun dubbio: Vettel è il colpevole, sarà lui a doversi assumere tutte le responsabilità del sorpasso-kamikaze sul compagno di squadra. E le scuse sono arrivate, anzi ritornate: un “mea culpa” che era apparso da subito evidente, sin dalla conferenza stampa di Sepang. Anche se, onestamente, le patetiche giustificazioni adottate da Seb davanti ai giornalisti continuano ad apparire risibili: come si fa a sostenere di non essersi resi conto di ciò che si stava facendo? A parte le scuse da terza elementare, l’obiettivo del meeting di Milton Keynes era quello di ricomporre una pericolosa crepa apertasi non solo tra i due piloti, ma all’interno della stessa scuderia. Con Vettel “superprotetto” da Marko, uomo di fiducia di Mateschitz, Webber aveva già avuto modo di dichiararsi sicuro che il team avrebbe continuato ad appoggiare il tedesco, dando conferma alle voci che lo vorrebbero in partenza a fine 2013. Voci, peraltro (ma come avrebbe potuto essere altrimenti?) subito seccamente smentite dai vertici della scuderia. E dopo il dito medio di Sepang, stavolta è invece arrivata la stretta di mano tra i due. Se si tratta di una pace sincera, piuttosto che di una tregua “armata”, sarà solo la pista a dirlo. Nel frattempo, altri aspetti della vicenda sono venuti a galla. Come il “multi 21”, il quale non è un nuovo modello di missile terra-aria, bensì il termine in codice comunicato in gara ai due piloti, una volta effettuato l’ultimo pit stop. Ovvero: posizione del motore in modalità “crociera”, per risparmiare benzina ed evitare di correre qualsiasi rischio nel finale. Un riferimento che, almeno secondo la tesi di Vettel, sarebbe stato “male interpretato” dallo stesso tedesco. Intanto, mentre Alonso se la ride, sottolinenando le frizioni dei rivali a dispetto della decantata unità del team, una cosa è certa: tutti, in casa Red Bull, sembrano in fin dei conti aver tratto giovamento da questa vicenda. A partire dal marchio, da giorni onnipresente su web e giornali, proprio grazie a quanto accaduto a Sepang. Per non parlare della stessa scuderia, la quale non manca di sottolineare che, a giocarsi il primo e il secondo posto della gara, c’erano comunque due piloti del medesimo team. Una squadra, quella Red Bull, che dopo la doppietta malese può già guardare in classifica gli avversari dall’altro verso il basso. L’unico che sembra esserne uscito malconcio sembra essere il solo Vettel: anche se in molti, dopo 25 punti conquistati ed il vertice del campionato ritrovato, pagherebbero per trovarsi nella sua situazione…

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