Gli Stati Uniti hanno avuto da sempre un legame piuttosto controverso con il mondo della Formula 1. Alle prese con una cultura sportiva e (nel caso specifico) motoristica ben diversa da quella europea, il Circus ha tentato nel corso degli anni in svariate occasioni di sfondare oltre oceano, senza però riscuotere risultati sempre positivi. La storia parte con le 11 edizioni della 500 miglia di Indianapolis (dal 1950 al 1960) inserite nel Mondiale di Formula 1, in un tentativo poco riuscito di unire il mondo americano con quello europeo: i team e piloti europei snobbarono in massa l’evento (fatta eccezione per Alberto Ascari, il quale fece un tentativo nel 1952), così come la maggior parte dei piloti americani non si recò mai a correre in Europa. La prima, vera edizione del Gran Premio degli Stati Uniti è quella del 1959, svoltasi sul circuito di Sebring, utilizzando un vecchio aeroporto militare non più in uso. Il vincitore della prima edizione fu Bruce Mclaren al volante di una Cooper Climax. Già l’anno successivo non si corse più a Sebring, bensì a Riverside in California, prima di trovare dal 1961 la sede a Watkins Glen. Il Glen era un circuito veloce ma molto pericoloso: nel 1969 Graham Hill ebbe un incidente in cui riportò gravi fratture alle gambe; nel 1973 morì nelle prove Francois Cevert e l’anno dopo perse la vita Helmuth Koinig, un altro giovane e promettente pilota. Dal 1976 gli Stati Uniti ospitarono due gare nel calendario della Formula 1: il Gran Premio degli Stati Uniti Ovest a Long Beach, il cui tracciato si snodava tra le strade del porto turistico della città e che vide nella sua prima edizione il successo di Clay Regazzoni. Watkins Glen rimase invece la sede del Gran Premio degli Stati Uniti Est. Nel 1981 quest’ultimo tracciato fu abbandonato per ragioni di organizzazione e di sicurezza ed Ecclestone decise di organizzare la seconda gara negli Stati Uniti a Las Vegas, con un improvvisato circuito ricavato nel parcheggio del Caesars Palace. La gara regalò il primo titolo mondiale a Nelson Piquet dopo una corsa stremante. Ci sarebbe stata solo un’altra edizione del Gran Premio a Las Vegas, quando l’anno dopo vinse Michele Alboreto ottenendo la sua prima vittoria in carriera, dopodiché la Formula 1 avrebbe abbandonato il circuito del Nevada. Nel 1983, visto lo scarso interesse manifestato da parte degli americani nei confronti della Formula 1, non si corse più a Long Beach e la gara venne momentaneamente tolta dal calendario della Formula 1. Nel 1984 si tornò a correre sul tracciato cittadino di Dallas, in una gara che si rivelò un fiasco totale per l’organizzazione, incapace di organizzare un gara di Formula 1 alle prese con l’asfalto che andava a pezzi ad ogni passaggio delle monoposto. Dal 1985, dopo il fallimento di Dallas, subentrò Detroit nel calendario iridato: il circuito si snodava tra le strade attorno al Renaissance Center, delimitate da guardrail e da muretti in cemento. La prima edizione venne vinta da John Watson su Mclaren per somma di tempi, dopo che la gara era stata interrotta per incidente. Dopo le tre edizioni di Detroit, il Gran Premio si spostò a Phoenix nel 1989, con un altro circuito cittadino che avrebbe ospitato la Formula 1 fino al 1991. La scarsa vendita dei biglietti (appena 25.000 spettatori), e il modesto interesse suscitato a livello nazionale, segnò la fine di questo periodo della F1 negli Stati Uniti, con l’ultima edizione che fu vinta da Ayrton Senna su Mclaren. Il Circus sarebbe tornato in America soltanto nove anni dopo, grazie all’idea di Tony George, proprietario dell’Indianapolis Motor Speedway: si tornò così a gareggiare sulla celebre pista della 500 Miglia. Venne però costruito, all’interno del catino, un circuito stradale che si snodava tra i parcheggi e le strade di servizio e più adatto a far correre le moderne monoposto, il quale utilizzava solo in parte il velocissimo anello (per la precisione, la curva 1 del catino ed il rettilineo di arrivo, da percorrere in senso di marcia opposto a quello abituale): la prima edizione venne vinta dalla Ferrari di Michael Schumacher. Nel 2005, la gara vide solo sei piloti al via a causa del ritiro alla fine del giro di ricognizione delle vetture gommate Michelin per problemi di sicurezza. La casa francese non ritenne sufficientemente affidabili le proprie gomme per la percorrenza ripetuta della curva finale sopraelevata a velocità di gara, specie dopo l’incidente occorso al tedesco della Toyota Ralf Schumacher nelle prove libere. Questa edizione venne conquistata da Michael Schumacher davanti al compagno Barrichello, con le Ferrari gommate Bridgestone. L’ultima gara a Indianapolis si svolse nel 2007 e vide la vittoria di Lewis Hamilton su Mclaren davanti al compagno di squadra Fernando Alonso. In quella gara fece il debutto l’attuale quattro volte campione del mondo Sebastian Vettel come sostituto di Robert Kubica al quale, dopo il terribile incidente in Canada, venne vietato dai medici di correre. Con la Bmw, il giovane pilota tedesco realizzò il suo primo punto iridato, diventando il più giovane pilota di sempre a riuscire nell’impresa. Nel 2013 si è tornati in correre in America, grazie ad un nuovo circuito realizzato ad Austin, in Texas. Il tracciato è ricavato a pochissimi km dalla città ed adiacente all’aeroporto Bergstrom: è un misto veloce da oltre 200 kmh di media. La gara dello scorso anno è stata vinta da Lewis Hamilton; alle sue spalle Sebastian Vettel e Fernando Alonso, i quali si contendevano il titolo 2012 che dopo la gara del Brasile finì nelle mani del tedesco.

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