All'alba di quel 21 Agosto di trentacinque anni fa, Johnny Herbert ancora non poteva sapere che di lì a poco la sua carriera avrebbe rischiato di prendere una piega quasi irreversibile. Giovane di belle speranze, con un contratto in tasca per correre in Formula 1 l'anno seguente ed un futuro che, a detta di molti, avrebbe potuto vederlo come potenziale erede di Nigel Mansell ai vertici del Circus iridato. Ma quel giorno a Brands Hatch i progetti del giovanotto inglese rischiarono di andare definitivamente in frantumi. Esattamente come le sue gambe.

UNA FORMULA 3000 "SFORNA-TALENTI"

La stagione 1988 di Formula 3000 (ai tempi, la vera e propria "anticamera" della Formula 1) stava mettendo in luce una serie di talenti da tenere d'occhio e destinati ad un futuro da protagonisti. C'era il brasiliano Roberto Moreno, leader della classifica a metà stagione e già in grado di assaporare una breve esperienza nella massima formula l'anno precedente, finendo addirittura a punti con la modesta AGS alla sua seconda gara. Ma anche il belga Bertrand Gachot ed il britannico Mark Blundell, entrambi in grado di conquistare diversi piazzamenti a podio nel corso delle prime apparizioni stagionali, oltre ad un terzetto di francesi dal piede sicuramente pesante: Olivier Grouillard, Eric Bernard ed il debuttante Jean Alesi.

BENETTON LO STRAPPA ALLA CONCORRENZA

E poi c'era lui, Johnny Herbert. Ritenuto unanimemente uno dei migliori talenti dell'automobilismo britannico, aveva ottenuto svariati titoli nel mondo del karting prima di dominare il campionato di Formula 3 nel 1987. Per lui le porte sembravano già spianate verso la Formula 1, dove era già finito nel mirino di diversi team: Williams, Lotus e Benetton. Fu proprio quest'ultima scuderia a muoversi in anticipo sulla concorrenza, con l'allora direttore sportivo Peter Collins che mise il 24enne britannico sotto contratto, garantendogli per l'anno seguente un posto in squadra dove avrebbe sostituito il belga Thierry Boutsen.

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QUEL POMERIGGIO A BRANDS HATCH

Con l'approdo in Formula 1 all'orizzonte e voglioso come non mai di mettersi in mostra sulla pista di casa, Herbert si presentò all'appuntamento di fine Agosto sul circuito di Brands Hatch come meglio non avrebbe potuto fare: siglando la pole position. Al suo fianco in prima fila si qualificò l'irlandese Martin Donnelly, quindi Pierluigi Martini e lo svizzero Gregor Foitek, con il quale non correva buon sangue visto che i due erano entrati in collisione già a Vallelunga. In quell'occasione, Herbert era stato spedito contro le barriere dal rivale, riportando diverse contusioni e venendo costretto a saltare la gara successiva. Dopo un'iniziale bandiera rossa, lo start della gara vide Herbert scavalcato da Donnelly e Martini, e costretto a difendere la terza posizione dagli attacchi della Lola di Foitek. E fu una manovra probabilmente troppo avventata da parte di quest'ultimo a scatenare il finimondo.

UN INCIDENTE TERRIFICANTE

Fu senza dubbio uno degli incidenti più spaventosi nella storia della Formula 3000. Il contatto tra Herbert e Foitek, innescatosi all'inizio della discesa nel tratto di Pilgrims Drop, diede vita ad una carambola che finì per coinvolgere una decina di vetture. Il risultato finale fu simile ad una catastrofe. Tra vetture completamente distrutte e rottami disseminati ovunque, ad emergere subito fu la gravità delle ferite riportate da Herbert. La sua Reynard si era schiantata frontalmente contro il guard-rail spezzandosi letteralmente a metà, e lasciando scoperte le gambe del pilota. Prontamente soccorso e trasportato al Queen Mary's Hospital, i medici si erano interrogati a lungo sull'opportunità di amputare o meno il piede sinistro.

Una fase dei soccorsi a Johnny Herbert. Credits: YouTube

"VEDEVO SOLO UN GROSSO BUCO"

“Quando tutto si è fermato - ricorda Herbert in un'intervista rilasciata a Motorsport Magazine - ho aperto gli occhi e tutto quello che riuscivo a vedere era un grosso buco nella parte anteriore della mia macchina. Pensavo che le mie gambe fossero sparite. Ricordo solo di aver detto alle persone che venivano da me: "Tiratemi fuori!". Poi ero all'ospedale di Sidcup e dicevano che avrei potuto perdere il piede sinistro e non avrei più camminato".

"Avevo perso molto sangue, quindi ero incosciente per la maggior parte del tempo. Il piede sinistro era quello messo peggio, quindi l'hanno letteralmente ricucito. Quello destro ha subito molte fratture, l'alluce è stato tagliato via, è stato tutto molto...martellato. Apparentemente uno dei miei stivaletti da corsa è stato raccolto da una delle altre auto ed è tornato ai box infilato in una presa d'aria. Per anni, dopo aver contratto queste infezioni, tutto si gonfiava e dal mio tallone usciva qualcosa di strano, alcuni pezzetti di gomma o persino dei fili d'erba".

DAL RECUPERO-LAMPO AL LICENZIAMENTO

Alla fine, però, si optò per la strada della riabilitazione. Che sarebbe stata lunga e complicata per Johnny, con l'obiettivo fisso davanti a sé di presentarsi al primo appuntamento della stagione 1989 in Formula 1 al volante della Benetton. Pur muovendosi ancora in stampelle nel paddock, l'inglese riuscì nel proprio intento, presentandosi al via del GP del Brasile e finendo incredibilmente quarto. Ma il percorso di recupero era tutt'altro che concluso, e le difficoltà emersero soprattutto nelle piste fisicamente più impegnative, dove Johnny faticava ad utilizzare il piede sinistro per frenare. Nel frattempo, molte cose stavano cambiando in seno al team Benetton: Flavio Briatore aveva preso in mano le redini della scuderia e, viste le condizioni ancora precarie di Herbert, a metà stagione decise di sostituirlo con Emanuele Pirro.

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UNA CARRIERA DI PRIMO PIANO

La carriera comunque non avrebbe mancato di rendere giustizia al pilota inglese: con 161 partenze nei Gran Premi (dove gareggiò sino al 2000), tre vittorie e sette piazzamenti a podio, Herbert ebbe modo di togliersi numerose soddisfazioni, cogliendo anche risultati di prestigio nel mondo endurance grazie ai successi conquistati nella 24 Ore di Le Mans e alla 12 Ore di Sebring. Fino allo scorso anno, l'inglese ha ricoperto brillantemente il ruolo di inviato televisivo per Sky F1 Uk. Eppure, rimane lecito chiedersi dove sarebbe potuto arrivare senza quel drammatico episodio, destinato ad imprimere una svolta alla sua carriera: una sliding doors del destino che rimane senza apparente risposta.

Marco Privitera