Speciale F1 Test Bahrain 2024 - Day 3

Il Rally di Monte Carlo 1983 passò alla storia come uno dei primi capolavori a livello strategico della Lancia guidata da Cesare Fiorio. Walther Rohrl portò al primo successo mondiale la 037, nuova arma della casa di Torino contro le agguerritissime e super favorite Audi Quattro. La vittoria del tedesco fu a suo modo storica; segnò infatti l’ultimo trionfo di una due ruote motrici al Monte.

La “Zero”, nata per dominare

Per capire la portata del successo della Lancia a Monte Carlo, che farà da prodromo alla vittoria del Mondiale, bisogna partire da lei, dalla protagonista: la 037. Una vettura particolare, unica, e che sarà l’ultima regina della serie a non disporre delle quattro ruote motrici. La tecnologia che i tedeschi già padroneggiavano, infatti, tanto da impiegarla sulle Quattro, non era ancora stata assimilata a Chivasso. Perciò, occorreva puntare su altri punti di forza.

La “Zero” fu progettata dall’ingegner Limone per essere l’erede della Fiat 131 Abarth, in seguito al disimpegno della casa madre. Dalla berlina di Torino, Lancia prende il motore quattro cilindri, opportunamente modificato per ospitare il compressore volumetrico. Il resto, però, appare completamente modificato, anche perché progettato a partire dalla Lancia Beta Montecarlo: nacque così qualcosa di unico nel suo genere.

Una struttura a doppio tubolare, che ben presto diventerà icona di stile e maneggevolezza. Il debutto nel Campionato Italiano avvenne nel 1982, con la prima vittoria a San Marino grazie a Tonino Tognana. L’anno successivo arrivò il Mondiale, in cui se la dovette vedere in particolare con lo squadrone Audi e le inaffondabili Quattro.

Il Monte, un successo (anche) di strategia

Per il debutto Mondiale, Lancia fece le cose in grande, schierando ben tre vetture. Gli equipaggi sono tutti di prim’ordine: Alen-Kivimaki, Rohrl-Geistdorfer e Andruet-Biche. I pronostici erano tutti a favore delle Audi a trazione integrale, ma a giocare un ruolo fondamentale furono le condizioni atmosferiche. Per l’edizione ’83 del Rally di Monte Carlo, infatti, erano del tutto particolari: poca neve, se non sui colli più alti, e speciali a fondo prevalentemente asciutto.

L’approccio alla gara fu abbastanza cauto per le Lancia, che lasciarono sfogare le Audi, che alla fine della prima tappa risultarono in testa con Stig Blomqvist. Ma, per i giorni successivi, la squadra guidata da Cesare Fiorio ebbe dalla sua diverse armi. A partire dalla velocità della 037, da sommare ad una squadra di ricognitori di tutto rispetto, oltre ad equipaggi di assoluto valore.

A partire dalla seconda tappa, poi, iniziò a delinearsi quello che verrà poi ricordato come uno dei capolavori di strategia architettati da Fiorio stesso. Innanzitutto, si decise di utilizzare gli pneumatici chiodati solo al posteriore. Ma soprattutto, il manager piemontese si inventò un vero e proprio colpo di scena mai visto fino a quel momento nel mondo dei rally: il pit stop in prova speciale, stile F.1.

Questo permise alle vetture della Casa di Chivasso di affrontare così ogni sezione delle P.S. con le giuste “scarpe”, e questo fu fondamentale per battere le rivali a trazione integrale. Tutto calcolato e studiato nei minimi dettagli: i meccanici del team Lancia Martini hanno a disposizione le innovative pistole pneumatiche a cinque avvitatori, che resero così le fermate molto meno impegnative a livello di tempo. Una mossa ardimentosa, ma che darà senza dubbio i risultati sperati. Per Lancia fu doppietta: Rohrl vinse davanti a Marku Alen.

L’inizio di una stagione trionfale

Fu una vittoria importantissima, che diede a Lancia lo slancio per andare poi a vincere il titolo Marche ad ottobre al Sanremo, con due Rally di anticipo sulla chiusura del Mondiale. L’iride piloti andò poi ad Hannu Mikkola, andando a completare il trionfo della Casa di Chivasso e della 037, ultima 2 ruote motrici iridata nella storia del Mondiale Rally.

Ma la storia più bella, forse, di quel Monte Carlo di quarant’anni fa, sta tutta in quella scelta che poteva sembrare una follia, ma che poi si rivelò un asso nella manica: il pit stop in prova speciale. Un saggio di genialità, certo, ma anche di organizzazione e di conoscenza delle corse tipica di uno dei team manager più vincenti della storia, Cesare Fiorio.

Infine, fa sempre piacere ricordare una delle vetture più iconiche e che hanno fatto la storia delle gare di casa nostra. La 037, un capolavoro sì di efficienza e velocità, ma anche di stile e bellezza, che continua la tradizione iniziata dalle sue illustri predecessori, Fulvia e Stratos su tutte. Una di quelle macchine in grado di far sognare generazioni di appassionati, e che continua a suscitare emozioni, anche a distanza di quarant’anni.

Nicola Saglia