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Perché un appassionato di motori dovrebbe andare al cinema per godersi il film Ferrari di Michael Mann? Sgombriamo subito il campo da equivoci: a livello puramente racing, l'opera del regista americano aggiunge poco o nulla a quanto già risaputo sulle corse del periodo. Il bello del film, che fa scorrere quasi in un batter d’occhio le circa due ore di durata, risiede in altri aspetti che hanno quel mondo come denominatore comune, ma sono essenzialmente slegati rispetto alla parte più corsaiola della vita del Drake.

Enzo prima del Commendatore

Pare un’ovvietà, ma è giusto sottolineare come Ferrari stesso sia il vero e proprio motore che tiene accesa tutta la pellicola. Adam Driver, nonostante tutte le perplessità della vigilia, è riuscito a calarsi nella parte in maniera quasi perfetta, andando a studiare i minimi dettagli (uno su tutti, la camminata sghemba e unica di Ferrari) per riportare sullo schermo un personaggio il più possibile fedele all’originale, almeno nell’aspetto esteriore.

Il periodo preso in considerazione è sicuramente uno dei più complessi e drammatici della vita di Enzo. Ed è proprio qui che Mann lavora per mostrare non solo il personaggio pubblico, ma la vita più privata e gelosamente nascosta del protagonista, alle prese con un’azienda che deve scegliere se fallire o diventare grande e una moglie sempre più preda dei propri fantasmi, magistralmente interpretata da Penelope Cruz. La morte di Dino, avvenuta un anno prima, non ha fatto altro che scavare un solco ancor più profondo tra i due, nella realtà come nel film.

Certo, alcune imprecisioni gridano vendetta. Sentire Ferrari presentare il proprio “Spring Team” a Maranello fa storcere il naso per diverse ragioni. In primo luogo, si parlava di Ferrari Primavera all’epoca, e lo stesso Enzo mai avrebbe usato un inglesismo per definire la sua Scuderia. Inoltre, fu la stampa a coniare quel termine, e difficilmente in questa squadra di piloti sarebbe stato compreso Piero Taruffi, splendido cinquantenne per l’occasione tratteggiato con lo stile unico di Patrick Dempsey. Al netto di alcune imprecisioni, però, l’occasione è ghiotta per scoprire o cercare di intuire i risvolti dell’uomo Ferrari: marito infedele, padre amorevole, capo inflessibile, ma sempre deciso a fare del proprio meglio e ad estrarre il meglio dagli altri. Un uomo, non un mito; quello arriverà dopo.

L’ultima Mille Miglia

È lei il convitato di pietra in buona parte del film: la Mille Miglia del 1957, l’ultima della storia, almeno nella sua versione più classica. Fondamentalmente, la gara è presentata come l’ultima possibilità per Ferrari di salvare la propria azienda, vincendo la sfida con i rivali della Maserati e ottenendo così l’interesse da parte di investitori importanti, come Gianni Agnelli.

La storia di quella manifestazione è cosa nota, con quel drammatico incidente di Guidizzolo che si portò via Alfonso de Portago, il copilota Edmund Nelson e nove spettatori, tra cui cinque bambini. Nel film è poco trattato, per scelta del regista, lo strascico che questo ennesimo evento luttuoso avrà su un Ferrari sempre più nell’occhio del ciclone, con anche un’indagine aperta nei suoi confronti per omicidio colposo.

La trasposizione cinematografica è abbastanza fedele nel resoconto, regalandoci le immagini di un Ferrari instancabile tra Brescia, Bologna e Maranello nella giornata di gara. Certo, il film cade un po’ nella vecchia trappola che gare come la Mille Miglia si portano dietro. È chiaro che i duelli testa e testa con i piloti che si guardano negli occhi sono funzionali al mantenimento della tensione in sala, ma è veramente difficile che possano essersi verificati nella realtà, trattandosi di una gara a tempo. Dettagli, certo, ma che non sfuggono all’occhio attento degli appassionati.

Modena sullo sfondo, con qualche chicca

A fare da sfondo a tutta la narrazione è la Modena dell’epoca, divisa tra motori e passione per il bel canto, dove anche il prete nell’omelia piega la religione all’automobilismo e risulta lecito far scattare i cronometri durante la funzione per vedere se gli acerrimi rivali della Maserati hanno veramente battuto il record sul giro del circuito cittadino. Una rivalità intensa, quella vissuta con la Casa del Tridente, rappresentata forse con uno stile troppo “americano”, ma comunque piacevole nel contesto.

Non mancano, inoltre, alcune piacevoli sorprese tra le comparse. Una su tutti Pietro Corradini, meccanico storico dell’epoca Villeneuve, che per l’occasione riveste la tuta blu, andando indietro di qualche decennio. Marc Genè è il collaudatore che si prende la prima “lavata di capo” del film da parte di Ferrari, dopo essere tornato in fabbrica senza capotta con la vettura del re del Portogallo in un giorno di pioggia. Fugace apparizione anche per il maestro Leo Turrini, tra gli astanti dell’albergo di Bologna al momento dell’arrivo del Drake.

Insomma, gli spunti interessanti non mancano. Forse, qualcosina in più a livello di puro racing che non fossero le immagini di un GP di Francia ambientato a Imola e quelle della Mille Miglia sarebbe stato auspicabile, trattandosi di un film sul più grande costruttore di auto da corsa della storia. Mann ha però fatto una scelta diversa, più intimista, in linea con la ricerca dell’umanità del personaggio, e la storia funziona. In Ferrari i motori girano a regimi alti, nonostante tutto: chi ancora non l’ha visto, si affretti a farlo.

Nicola Saglia