C’era chi si aspettava un’ecatombe in termini di affidabilità. Chi prevedeva una Red Bull in disarmo. Chi sperava in una Ferrari vincente. Come spesso accade, i pronostici della vigilia sono stati in gran parte smentiti dalle sentenze della pista. A maggior ragione, trattandosi del primo appuntamento non solo di una nuova stagione, ma di quella che è stata definita (non a torto) una nuova era nella storia della Formula 1, le sorprese non sono mancate. Ma attenzione: inutile fasciarsi la testa, parlare già di formula consumi o di gare che assomigliano più ad un appuntamento del Mondiale Endurance che ad uno della categoria regina. La prima prova del campionato a Melbourne si è rivelata tale per tutti, e stavolta davvero nel senso più ampio del temine. Strategie, gestione benzina e gomme, power unit, brake-by-wire: una marea di novità che solo durante la gara, quella vera, è stato possibile affrontare e tentare di capire, da parte di piloti, scuderie e (non dimentichiamolo) pubblico. Che forse avrà notato la carenza di sorpassi, piuttosto che i distacchi chilometrici tra le varie vetture sul traguardo, dimenticando che nei favolosi anni ’80 era proprio la gestione dei consumi uno dei fattori capaci di esaltare le doti (nel bene o nel male) e la visione di gara dei suoi indimenticati protagonisti.

L’anno zero del turbo ha riservato, è vero, alcune sorprese e novità: su tutte, la fine del dominio incontrastato da parte del binomio Red Bull-Vettel, costretto al ritiro e per la prima volta (almeno da quando è in carica nel team di Milton Keynes) alle prese con una monoposto che non sembra essere vincente. Eppure, a livello di prestazioni, è stata proprio la RB10 la vettura che forse ha impressionato di più, almeno per quanto visto con Ricciardo: impressionante la capacità dei tecnici di sfornare in tempo record soluzioni aerodinamiche nuove, per risollevarsi dopo un inizio di stagione a dir poco disastroso. Certo, il ricordo dei test di Jerez e della puzza di bruciato elargita a tutto il paddock sembra lontana, ma la strada da fare è ancora molta: e non solo per monoposto di Newey. Prova lampante è rappresentata dalla Mercedes, vettura irraggiungibile quanto a prestazioni ma ancora relativamente fragile: ne ha pagato le conseguenze il malcapitato Hamilton, fermo venerdì nelle libere dopo nemmeno un giro e costretto al ritiro in gara per salvaguardare il motore. Se non altro, dal punto di vista dell’affidabilità può sorridere la Ferrari, anche se si tratta di una soddisfazione relativa: il bicchiere della trasferta australiana è mezzo vuoto, soprattutto considerando la gara di Raikkonen, mai apparso a proprio agio con la F14T sul circuito di Melbourne. Il dubbio, adesso, è capire quanto la nuova Rossa abbia da spremere in termini di sviluppo per il resto della stagione: Mercedes, McLaren e anche Red Bull sono apparse complessivamente superiori, e la cosa non può e non deve certo lasciare dormire sonni tranquilli a Maranello. Chi, invece, potrà riposare sognando coppe e champagne è Nico Rosberg: un avvio da sogno per il tedesco, autore di una prova perfetta con una superiorità mai messa in discussione. Ma una nota di merito va senz’altro a due rookies, entrambi a punti alla propria prima apparizione in Formula 1: Kevin Magnussen e Daniil Kvyat. Il primo ha portato a podio la McLaren (guarda caso, in coincidenza del ritorno di Ron Dennis…) correndo da consumato campione e mettendosi alle spalle sia in prova che in gara il ben più esperto compagno Button; il secondo sempre efficace al volante di una Toro Rosso che è riuscita nell’impresa di piazzare entrambe le vetture in zona punti. Una bella risposta per tutti coloro i quali ritenevano (e ritengono…) fosse indispensabile affidare le nuove vetture nelle mani di due piloti esperti: una ventata di freschezza che collima alla perfezione con il “New Deal” della Formula 1 moderna.

Marco Privitera

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