Max Verstappen ad Interlagos ha mostrato il suo lato migliore. Quello del pilota d'altri tempi che abbassa la visiera e corre per divertirsi e far divertire. Il genio e la prepotenza agonistica di questo ragazzo, spesso bistrattato per l'immaturità, sono quello che cerchiamo in Formula 1 da tanti, troppi anni. Senza necessariamente scomodare paragoni importanti, o perlomeno prematuri.

In Brasile sembrava delinearsi la solita gara: noiosa perché mal gestita da una direzione gara a tratti imbarazzante. Corrono, non corrono, mezzo Gran Premio dietro la Safety Car. Poi la decisione definitiva di Charlie Whiting. Liberiamo i leoni. Maylander spegne le luci della S63, e su quel circuito inondato d’acqua i cavalieri del rischio risorgono. Le macchine non stanno dritte neppure in rettilineo, ma i piloti di Formula 1 vengono da un altro pianeta ed il piede rimane giù. La corsa è avvincente, ricca di sorpassi e momenti da cuore in gola.

Poi, tutto d’un tratto, dalle nubi d’acqua di Interlagos sbuca una sagoma blu. Aggressiva, prepotente, bellissima. È Max Verstappen, il leone più giovane, quello che davvero non ha paura di niente. Durante ogni giro dietro la vettura di sicurezza, lui ruggiva alla radio chiedendo di lasciarlo sfogare. “La pista è peggiorata ma si può correre!” Quando arriva il via subito incalza Nico Rosberg con un sorpasso epico. Tira la gran staccata alla prima S, quella che porta il nome di Senna, poi giù in picchiata verso sinistra. Rosberg difende bene, il pericolo sembra scampato, ma non è così. Max prepara l’attacco subito dopo: si prende tutto l’esterno all’uscita della variante, sono ruota a ruota. Nessuno dei due vuole mollare, Nico per il titolo, Max con il cuore. La telecamera stacca. Inquadrato Lewis Hamilton, leader della corsa, dietro il muro d’acqua alzato dalle sue gomme ad uscirne vincitore è Max, che spinge. Spinge come un pazzo sotto al diluvio. Spinge finché l’aquaplaning non colpisce anche lui. Però Max è Max, la RB12 si intraversa completamente, sembra di vedere un rally, controsterzo totale, sfiora il muro. La tiene! Dietro di lui incombe Rosberg per riprendersi il secondo posto. Non ce n’è: Max difende e Nico deve rimanere dietro. La torcida si infiamma. In quel ragazzo così spericolato sotto la pioggia rivedono una vecchia conoscenza di San Paolo che oggi continua a vivere nella prima S, quella che porta il suo nome. Successivamente una strategia scellerata rovina la gara di Max, ma…migliora la nostra.

Il 33 entra in pit lane per montare le gomme da bagnato estremo. Un’altra safety car causata dall’incidente di Massa permette al gruppo di ricompattarsi. Max è fuori dalla zona punti, non ci sta: ha il passo per stare davanti e così inizia il “Verstappen show”. Ogni curva è buona per tentare l’affondo. Uno alla volta cadono tutti quanti sotto i colpi del classe ’97. Prima Ricciardo, poi il trenino di piloti “minori”: Kvyat, Ocon, Nasr, Hulkenberg. In poche tornate Max è già sesto, la regia non riesce a inquadrare tutti gli attacchi: va troppo forte. Uno dopo l’altro tutti devono arrendersi alla superiorità di un pilota che sembrava correre su pista asciutta. Come un serial killer, il modus operandi è il medesimo: gran staccata alla S di Senna per guadagnare metri e poi traiettoria completamente esterna in uscita della Curva Do Sol. Così la sua Red Bull guadagna un effetto fionda che lo porta ad avvicinarsi moltissimo alla vettura che lo precede in preparazione alla staccata della Descida do lago . Ed è proprio li che Max cerca l’affondo. A volte il sorpasso arriva addirittura all’esterno della Curva Do Sol. 

È quindi arrivato il turno di Sebastian Vettel. L’unico che può imbastire una minima difesa contro quel mostro. Si prepara l’attacco standard, effetto fionda all’uscita di curva 3. Vettel protegge l’interno, Max allarga la traiettoria e cerca il sorpasso esterno alla Descida. Non va, Seb si difende con le unghie. Ma è solo questione di metri. Ultima curva prima del rettifilo: la Juncao, Max riesce a prendersi l’interno. Seb non ci sta, ma la trazione favorisce il leone più giovane che allargando la traiettoria accompagna la Ferrari fuori dalla pista. La prepotenza del più forte. Che bello.

Ma non è finita, alla bandiera a scacchi mancano ancora 3 giri. E allora lo show continua, si sbarazza di Sainz prima ancora che il sorpasso su Vettel sia stato assimilato dai presenti. È quarto, sono passati solamente 7 giri da quando si era lasciato alle spalle Ricciardo. Ora il divario tra i due supera i 10 secondi. 10 secondi in 7 giri! Sul bagnato ed a parità di macchina…ma non è finita. Passa un giro ed è già negli scarichi di Sergio Perez. Qui Max tira fuori l’ennesimo sorpasso della domenica. Prima piazza le ruote all’esterno del Bico De Prato, poi mantiene la linea interna alla Juncao e tanti saluti anche al buon messicano. Manca un giro alla fine. Perez arriverà al traguardo quarto con un distacco di quasi 4 secondi da Verstappen. 

Finisce la corsa, una corsa interminabile, durata quasi 2 ore. Nel retro-podio, Max toglie il casco e con quello se ne va anche l’armatura da cavaliere del rischio. Le immagini raccontano un ragazzo di 19 anni che racconta entusiasta le proprie gesta ai due piloti Mercedes, che sono lì immobili con un gran sorriso sulle labbra ad ascoltare questo ragazzo che non riesce proprio a tacere. È un vulcano di emozioni. Sembra incredibile che fino a pochi minuti fa la stessa persona dettava la propria legge, dura ed inesorabile giro dopo giro, curva dopo curva.

Ma, dopo tutto, questi sono i piloti di Formula 1, almeno quelli veri. Simpaticoni, a volte “furfantelli”. Ma poi in pista cattivi come nessuno. Negli anni abbiamo perso questa dimensione del pilota, troppo spesso rockstar o “robot”, che pare vivere in un’altra dimensione. Forse serviva un ragazzo di 19 anni per farci riscoprire l’essenza di questo sport. Perché a 19 anni non pensi al futuro. A 19 anni l’unica tua guida è il cuore. Perché a 19 anni siamo tutti Max Verstappen.

Alessandro Gazzoni

 

 

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