Nel  38° anniversario della sua scomparsa, parliamo di un pilota capace di dare il massimo anche con monoposto non competitive, riuscendo nell'impresa di riuscire a vincere dei Gran Premi mantenendo inalterato il suo tipico stile di guida, con l’auto perennemente di "traverso", capace di conquistare i tifosi. Stiamo parlando di Ronnie Peterson, il grande pilota svedese che in un'intervista decise di auto-descriversi in questo modo: “Per mantenere il mio equilibrio mi occorre andar forte, mi è necessario portare sempre la vettura al limite. Se rallento appena un poco comincio a commettere alcuni errori, quindi sono in una situazione migliore quando spingo a fondo". Questa è la sua storia.

 

Bengt Ronnie Peterson nasce il 14 febbraio 1944 a Orebro. Comincia a correre quando è ancora un bambino, su un ibrido tra minikart e trattore costruito insieme al fratello, con cui inizia a fare esperienza, fino a quando nel 1962 gli viene costruito un vero e proprio kart con cui arriva secondo al campionato svedese della classe D. Peterson continua a correre nei kart ottenendo per tre anni di fila il titolo nel campionato svedese, inoltre ottiene sempre con il kart la medaglia di bronzo nell’Europeo a squadre, il campionato europeo classe A nel 1966, il terzo posto nel mondiale e il premio come migliore pilota nell’Europeo a squadre.

Nel 1966 debutta in Formula 3 correndo su una Swebe e alla fine dell’anno si compra una Brabham con cui compete ancora in Formula 3: i suoi ottimi risultati gli valgono l’attenzione della Tecno che lo mette sotto contratto. Nel 1968 con la Tecno vince il titolo sia nella categoria svedese sia nel campionato europeo. Rivince il titolo anche nel 1969, quando ottiene 15 vittorie su 19 gare in calendario e debutta in Formula 2. Durante la trasferta a Montecarlo con la Formula 3 conosce Max Mosley che, notando le qualità del giovane, lo mette sotto contratto per guidare la March nella successiva stagione. Verso la fine del 1969, Peterson sale sulla March 693 a Monthléry, ma mentre prova la monoposto, esce di pista e finisce contro le protezioni messe a bordo pista, con la monoposto che si ribalta e prende subito fuoco. Peterson viene estratto dall’abitacolo e condotto in ospedale per gravi ustioni.

Nel 1970 lo svedese si divide su due fronti: la Formula 2 e la sua stagione di debutto in Formula 1. Il pilota svedese fa il debutto nella massima categoria nel Gran Premio di Montecarlo su una March 701 ottenendo il settimo posto che sarà il miglior risultato nella sua prima annata. Fuori dalla Formula 1, ottiene buoni risultati in F2 e partecipa a gare di Prototipi, tra cui spicca la sua partecipazione alla 24 ore di Le Mans con la Ferrari 512 S dove è costretto al ritiro. L’anno dopo, sempre con la March, Peterson riesce ad ottenere i primi buoni risultati in Formula 1, con quattro secondi posti a Monaco, Gran Bretagna, Italia e Canada e un terzo posto negli Stati Uniti: grazie a questi risultati si laurea vice-campione del mondo. Continua a correre in Formula 2, dove ottiene cinque vittorie e il titolo nel campionato europeo, correndo anche nel campionato prototipi con l’Alfa Romeo e vincendo la 6 ore di Watkins Glen con Andrea de Adamich.

Nel 1972 si rivela un anno deludente rispetto a quello precedente, con Peterson che ottiene solo un podio in Germania con la 721X. Continua a correre in F2, in cui ottiene due vittorie e contribuisce alla vittoria della Ferrari nel Mondiale Marche con le due vittorie nella 1000 Km del Nurburgring e in quella di Buenos Aires. L’anno dopo Peterson decide di lasciare la March per passare alla Lotus dove trova Colin Chapman e il campione del mondo in carica Emerson Fittipaldi. Peterson si mostra subito veloce con la 72D e ottiene la sua prima vittoria nel Gran Premio di Francia, corso al Paul Ricard e altre tre vittorie, insieme a tre pole position. La monoposto creata da Chapman si mostra inaffidabile, Peterson non può combattere fino in fondo per il titolo e alla fine si deve accontentare di un terzo posto e di 52 punti.

Nel 1974 Emerson Fittipaldi lascia la Lotus per andare alla McLaren e Peterson si ritrova come compagno di scuderia il belga Jackie Ickx. Chapman costruisce la rivoluzionaria Lotus 76, ma a causa dei diversi problemi della monoposto la Lotus è costretta a fare un passo indietro e tornare a schierare la vecchia 72D. Nonostante una vecchia monoposto, Peterson riesce ad ottenere la vittoria nel Gran Premio di Montecarlo, nel Gran Premio di Francia (corso sulla pista di Digione) e in Italia, terminando la stagione con 35 punti e il quinto posto in classifica. Peterson partecipa inoltre con la BMW alla 6 ore del Nurburgring e a quella di Kyalami, ma si ritira in entrambe le gare. La stagione successiva, a causa delle difficoltà economiche del Team Lotus, Peterson si ritrova a guidare nuovamente la 72, riuscendo ad ottenere punti solamente in tre occasioni e a terminare il campionato al settimo posto con 13 punti.

Continua la sua collaborazione con la BMW, con cui arriva secondo nella 1000 km di Kyalami. La stagione 1976 comincia male con la Lotus 77 e il ritiro nel Gran Premio del Brasile; dopo questa gara, Peterson decide di ritornare a correre con la March, con la quale ottiene il sesto posto nel Gran Premio d’Austria e un’incredibile vittoria nel Gran Premio d’Italia. Termina al settimo posto con 14 punti. Dopo gli scarsi risultati ottenuti con la March, Ronnie cerca di trovare una sistemazione migliore e firma un contratto con la Tyrrell e la rivoluzionaria P34, la monoposto con le sei ruote. Si tratta però di un altro anno difficile per Peterson che si deve accontentare di un terzo posto nel Gran Premio del Belgio e di piazzamenti a punti in Austria e Italia. Decide quindi di ritornare nuovamente in Lotus per affrontare la stagione 1978, ma Colin Chapman gli fa firmare un contratto da seconda guida. Durante la stagione Peterson ottiene le ultime due vittorie della sua carriera nel Gran Premio del Sud Africa e in Austria, ottenendo anche cinque podi.

Arriva a Monza ormai ai ferri corti con Colin Chapman e già con il pensiero rivolto verso la stagione 1979 con la McLaren. Durante le prove libere Peterson distrugge completamente la sua monoposto e gli viene affidata la vecchia 77. A nulla vale la mediazione di Mario Andretti per rendere il clima all’interno della squadra meno ostile nei confronti del pilota svedese. Alla partenza, il via della gara viene dato quando non tutte le monoposto sono posizionate in griglia ed i piloti delle ultime file scattano con le vetture ancora in movimento; dopo poche centinaia di metri si verifica un brutto incidente che coinvolge dieci piloti: Ronnie Peterson, James Hunt, Derek Daly, Didier Pironi, Hans-Joachim Stuck, Vittorio Brambilla, Clay Regazzoni, Patrick Depailler, Brett Lunger e Carlos Reutemann.

La monoposto dello svedese, partito molto male e ritrovatosi in fondo al gruppo, prima della chicane si ritrova affiancato a Hunt: le due vetture si toccano e la Lotus di Peterson sbanda e va a urtare contro il guardrail. L’avantreno della monoposto è completamente distrutto e la macchina ritorna in mezzo alla pista dove prende subito fuoco. Il pilota viene estratto vivo e cosciente grazie all’aiuto di alcuni suoi colleghi, tra cui lo stesso Hunt e i volontari della CEA Squadre Corse. Peterson riporta diverse gravi fratture alle gambe e viene subito trasportato in ospedale, dove i medici decidono di operarlo, ma dopo l’intervento si verificano delle complicazioni e Peterson purtoppo muore il mattino seguente per la formazione di un’embolia gassosa. E’ l’11 settembre 1978. Se ne va così un grande talento, di cui i tifosi della Formula 1 sentono subito una profonda mancanza, come evidenziato da Gilles Villeneuve dopo qualche anno: “La gente vuole piloti che escono di curva spazzolando come faceva Ronnie Peterson!“. Uno stile di guida che sapeva conquistare e che non avremmo più rivisto in pista.

Chiara Zaffarano

 

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