Il 17 Luglio di quattro anni la famiglia di Jules Bianchi diramava un messaggio che non avremmo voluto leggere, ma che purtroppo prima o poi temevamo sarebbe arrivato: “Jules ha combattuto fino alla fine, come ha sempre fatto, ma ieri la sua battaglia si è conclusa. La nostra è una pena immensa e indescrivibile”. Quel giorno su Internet siamo passati dall’hashtag #ForzaJules a #CiaoJules, un’ulteriore azione che non avremmo mai voluto fare: purtroppo il destino non è controllabile, non risponde alla logica comune e non è tenuto a rendere conto alle speranze che vengono riposte.




Gli inglesi ripetono spesso una frase: “motorsport is dangerous”. Sembra una formula menefreghista impacchettata per lavarsi le mani quando succede l’imponderabile, un equivalente del “se l’è cercata”, ma con meno cinismo. In realtà, dietro a questa affermazione secca, si nasconde lo stesso motivo che ci fa stare in piedi sul divano ed applaudire chi tira la staccata più degli altri: nelle corse il pericolo è dietro l’angolo e il destino ti può aspettare in rettilineo o dietro una curva.

I piloti conoscono e convivono con quest’idea: il giorno che dovessero porsi qualche domanda in tal senso, sarebbe quello del ritiro. In fondo, se ci pensiamo, c’è chi, ogni giorno, rischia la vita lavorando in condizioni pericolose: lo sa e ci deve convivere fino al giorno della pensione, perché probabilmente non ha nemmeno la possibilità di dire basta, come può fare un pilota.

Jules durante il Gran Premio del Giappone stava portando a compimento il suo lavoro: non stava correndo per le posizioni di testa, ma in fondo al gruppo. Non poteva dire basta, perché la morale è che quando si scende in pista con il mezzo meno competitivo bisogna correre lo stesso, non è contemplato fermarsi. Probabilmente il senso ultimo dello sport sta nell’onorare la competizione fino alla fine, anche se questo significa arrivare ultimi.

Nel gergo delle corse c’è un termine che descrive coloro che viaggiano nelle retrovie, spesso perché supportati da una vettura che fa pena: backmarkers. Un backmarker può essere descritto come uno che frequenta le parti meno nobili della classifica sotto la bandiera a scacchi, uno a cui spesso e volentieri sventoleranno una bandiera blu, un pilota che viene inquadrato dalle telecamere soltanto quando viene doppiato dai primi. Se vogliamo, possiamo tirare fuori un termine anche più dispregiativo per questi piloti: chicane mobili.

Nel 2014, al volante di una Marussia delle prestazioni non all’altezza del resto dei partenti, Jules Bianchi era un backmarker, ma sicuramente non era una chicane mobile: il francese faceva parte della FDA e questo lo aveva agevolato nel guadagnarsi il volante della Marussia, ma aveva dimostrato di non aver usurpato niente a nessuno (vedi Montecarlo 2014: punti ottenuti sfruttando l’unica possibilità che la gara gli aveva concesso). Probabilmente ambiva al volante della Rossa, di sicuro l’impostazione del suo cammino puntava verso Maranello.

Stava correndo dietro al suo sogno e, di solito, i primi passi di questa corsa vengono effettuati nelle retrovie. E quando si corre nelle retrovie bisogna accettare di correre qualche rischio in più, nel senso che quando si sente la monoposto scivolare o che non calza come un guanto, si tiene il piede giù.

Guardando in retrospettiva, senza addentrarsi troppo nelle carte e scartoffie dell’inchiesta, se quel giorno Jules fosse stato alla guida di un’altra monoposto, magari a metà classifica, forse si sarebbe trovato da un’altra parte, alla larga, sui dodici chilometri di barriere di Suzuka, da quei dieci metri in cui non ci si doveva infilare. O forse sarebbe finita nella stessa maniera.

Di sicuro Jules non se lo meritava tutto questo, non si meritava tutta questa sofferenza. A Suzuka stava correndo nelle retrovie, ma dietro al suo sogno: rincorrere i propri sogni non è una colpa. In fondo, come dice Vasco, “la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia”. Ciao Jules.

Luca Colombo

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