Colton Herta, costretto a restare in IndyCar per almenoi un altro anno. Credits: IndyCar Official Website
Colton Herta, costretto a restare in IndyCar per almenoi un altro anno. Credits: IndyCar Official Website

Negli ultimi giorni in Formula 1 a tenere banco, oltre alla questione relativa al mercato piloti, è il caso di Colton Herta, giovane pilota americano attualmente in forza al team Andretti Autosport in IndyCar. Gli ultimi accadimenti hanno riaperto un vecchio dibattito che da sempre alberga nel mondo del motorsport. La F1 è troppo elitaria e tende a snobbare i colleghi d’oltreoceano?

Colton a un passo dal Circus, ma mancano i… punti!

Colton Herta è il classico baby fenomeno made in USA. Ormai da quattro stagioni è tra i protagonisti della massima serie a ruote scoperte che anima gli autodromi del Nord America. Dal suo debutto, ha sempre militato tra le fila del team Andretti nelle sue diverse emanazioni, e ha avuto il sostegno di un gruppo di prim’ordine, oltre al supporto di papà Bryan dal muretto.

Nonostante qualche intemperanza di troppo, le sette vittorie ottenute in questi anni gli hanno permesso di entrare nel radar di diverse squadre del Circus, come successo ai colleghi Palou e O’Ward. In particolare, a farsi avanti è stato Helmut Marko, che per l’americano aveva già in serbo un posto in Alpha Tauri per il 2023, con Gasly in partenza in direzione Alpine. L’austriaco, però, non ha fatto i conti con il sistema di punteggio che garantisce la possibilità di ottenere la SuperLicenza.

Herta, al momento, non ha i requisiti necessari, e questo è un fatto. La Red Bull, di fatto proprietaria del team di Faenza, aveva richiesto una deroga, ma la Federazione è stata irremovibile. Le regole valgono per tutti, e, per debuttare in F.1, il californiano dovrà attendere di avere tutte le carte in regola. Ovviamente, un fatto del genere non poteva (e non doveva) passare inosservato.

Rahal categorico: “La F.1 è elitaria!”, Rossi sulla stessa lunghezza d’onda

È noto come il paddock IndyCar sia composto da piloti che in pista se le danno di santa ragione, ma che hanno un forte legame tra di loro. Non stupisce dunque che a sostegno del giovane collega si sia alzato un coro di voci, tra cui spicca quella di Graham Rahal, che di certo non le ha mandate a dire.

La F1 è uno sport elitario. Non ci vogliono. Vogliono i soldi delle aziende americane, vogliono i soldi dei ricchi americani. Ma non gli interessa il resto”, ha tuonato su Twitter il 33enne dell’Ohio. Che poi ha rincarato la dose: “Per coloro che dicono che Colton Herta non si è ‘guadagnato’ il diritto: siete fuori strada. Ha lo stesso talento, se non di più, degli altri. È un vincitore accertato. È arrivato in cima e ha fatto straordinariamente bene. La F1 ha avuto per anni piloti paganti rispetto ai quali Colton non ha nulla da invidiare”.

Gli ha fatto eco Alexander Rossi, altra voce di rilievo nel paddock a stelle e strisce: “Sono stanco di questo tira e molla sui punti della SuperLicenza. L’intero presupposto di questo sistema era quello di impedire alla gente di comprarsi il proprio sedile in F1 e di permettere al talento di essere il fattore di scelta. Questo è un bene. Il motorsport rimane ancora lo sport più di alto profilo, nel mondo, in cui il denaro può prevalere sul talento. Il problema fondamentale è che spesso l’aspetto sportivo viene messo in secondo piano rispetto al business. Deve essere messo in piedi un metodo che impedisca ai team di scegliere i piloti solamente in base al supporto finanziario che hanno”.

Giusto non fare strappi alla regola, ma il sistema va cambiato

Queste sono solo alcuni dei punti di vista sulla questione punti per la SuperLicenza. Chiariamo subito un aspetto: la Federazione ha agito molto probabilmente per il meglio non derogando al regolamento. Ciò avrebbe infatti creato un precedente pericoloso, che in futuro avrebbe potuto ritorcersi contro la F.1 stessa. Ciò detto, è chiaro che c’è una falla nel sistema, ed è bene mettervi una pezza prima che sia troppo tardi.

E non si tratta tanto del problema del budget e dei piloti paganti; quelli nel Circus, così come in IndyCar e in tutto il motorsport, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Il problema è che, se non cambiano le regole di ingresso, la F.1 rischia di essere veramente troppo isolata e chiusa verso i fenomeni che non crescono nella filiera europea classica.

Se guardiamo ai risultati puri prima di arrivare nel Circus, la presenza di Guanyu Zhou e Nicholas Latifi in griglia (o di Mazepin la passata stagione) stride in maniera lancinante con il fatto che Herta non possa neanche sognarsi di avere un posto al sole. C’è un’altra questione che è giusto sottolineare: F.2, F.3, F. Regional e via dicendo devono essere considerate propedeutiche, ma la IndyCar assolutamente no!

La Federazione deve per forza prendere atto di questo fattore: la categoria americana è il top del suo genere, e garantisce sfide di livello elevatissimo sotto tanti punti di vista. Occorre assolutamente prenderne atto; non è possibile che vincere poche gare nella categoria cadetta consenta il passaggio in F.1, mentre chi ha ottenuto sette successi in Indy non possa neppure sperarci.

Bisogna dunque riportare l’attenzione sulle caratteristiche tecniche dei piloti, e meno sul budget che essi mettono a disposizione delle squadre. Il caso di questi giorni che vede De Vries al centro delle voci di mercato è ampiamente esplicativo: possibile che solo ora tutti si accorgano delle sue qualità?

La FIA ponga rimedio il prima possibile. Il Circus ha bisogno di talenti come Colton Herta per restare il punto di riferimento nel mondo del motorsport.

Nicola Saglia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.