Kimi Raikkonen
Credit: profilo Twitter Alfa Romeo Racing

Con il GP di Abu Dhabi Kimi Raikkonen appende casco e tuta al chiodo. Come redattore di LiveGP.it ho una certa esperienza con piloti che si ritirano e articoli che provano a delineare il soggetto oltre le opere, parole ed opinioni di una carriera. Di solito questo esercizio non rappresenta un problema, ma per quanto riguarda Raikkonen ho bisogno del dottore, perché soffro di sindrome da foglio bianco.

Ordinaria linearità

Guardando la carriera in Formula 1 di Kimi Matias Raikkonen da Espoo non abbiamo bisogno di particolari chiavi di lettura o modalità di mediazione da attuare. Non abbiamo nulla da aggiungere alle abilità di guida, agli episodi che vanno a determinare i due stint di carriera nel Circus e che trovano il maggior risalto nel titolo iridato conquistato in una stagione complicatissima, il 2007, con una scuderia dal nome pesante, la Ferrari.

L’ordinaria linearità accompagna i vent’anni di Kimi in Formula 1, ma non si instrada sulle rotaie del piattume, anzi spesso raggiunge involontariamente delle vette artistiche. Come quella volta che gli avevano chiesto cosa ne pensasse della svolta green della Formula 1 e lui aveva messo sul tavolo una considerazione del tipo che per essere veramente ecologici avrebbero dovuto smettere di correre, visto che si consuma carburante tanto per vedere chi va più veloce.

Colui di cui abbiamo bisogno

Nella sua evoluzione degli ultimi vent’anni, la Formula 1, che ormai non vende più solamente il prodotto sportivo, ma un intero story-telling, ha avuto (e ha) bisogno di piloti come Kimi. Ha bisogno di gente che riporti le “cose” con i piedi per terra. E’ un qualcosa che probabilmente, come pubblico, non capiremo mai a fondo, nonostante ora un silenzio di Raikkonen esprima di più di un quarto d’ora di conferenza stampa.

Non è stato sempre così. Diciamo, per esempio, “Abu Dhabi”. Il tracciato degli Emirati Arabi, caratterizzato da quell’uscita dei box che sembra tanto un parcheggio del centro commerciale, è il teatro della gara in cui Kimi sbotta alla radio con il suo ingegnere di pista in Lotus pronunciando la famosa frase: “Leave me alone, I know what I am doing.”

Nove parole che sdoganano a livello planetario il Kimi-pensiero e che segnano un “prima” e un “dopo”. Se fino al giorno prima il grande pubblico tratta il personaggio Raikkonen come si fa con un adolescente introverso e scazzato, improvvisamente il suo modo di comunicare, al limite della causticità, diventa estremamente popolare, tanto da diventare uno dei piatti forti del nuovo corso social del Circus.

Bottom line

Raikkonen ha sempre assecondato la sua propensione a guidare (qualsiasi veicolo, anche gli imbarazzanti pick-up della NASCAR), lasciando da parte il resto. Quanto il “lasciare da parte il resto” (soprattutto costruire un peso politico, magari migliorando il rapporto con i media) abbia avuto un peso sui risultati (belli, ma forse limitati rispetto al talento) rimane una chiacchera da bar. Forse rappresenta il prezzo da pagare nel rimanere veri e coerenti, senza scendere a compromessi con il paraculismo.

Kimi Raikkonen, in maniera del tutto spontanea, ha rappresentato per vent’anni il pilota che di più ha incarnato in Formula 1 quella concezione di automobilismo scevro dalla politica che Ayrton Senna spesso auspicava (e che in realtà non ha mai concretizzato). Nello sport tutto passa e il ritiro di Kimi troverà la sua metabolizzazione anche tra i tifosi, ma di certo mancherà quella schiettezza che per anni ha accompagnato il paddock. Merce rara ormai, di cui il Circus ha sempre più bisogno.

Luca Colombo

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