Mentre ieri sera in Italia andava in onda il palinsesto televisivo della “seconda serata”, dagli Stati Uniti è rimbalzata una notizia che davvero in pochi si sarebbero prospettati un mese fa: Fernando Alonso non è riuscito a qualificarsi per la 500 Miglia di Indianapolis. In altre parole lo spagnolo non prenderà il via all’edizione numero 103 della Indy 500, che si terrà domenica prossima, e, in prospettiva futura, c’è bisogno di domandarsi il perché.




Alonso è stato estromesso dallo schieramento di partenza della prossima 500 Miglia di Indianapolis risultando il quarto dei sei piloti chiamati a disputarsi gli ultimi tre posti in griglia nel cosiddetto “Bump Day”: lo spagnolo ha completato i quattro giri di qualifica con una media di 227.353 mph, più lento di soltanto 0.019 mph rispetto a Kyle Kaiser nel suo ultimo tentativo. Su trentatrè posti disponibili in griglia, Fernando è risultato essere il primo tra gli esclusi.

A caldo, lo spagnolo ha fatto il punto della situazione via social media: “Senza dubbio [si è trattato di] una settimana difficile. Abbiamo provato a fare del nostro meglio, anche oggi con un assetto e un approccio completamente differente, quattro giri a tavoletta, ma non siamo stati abbastanza veloci. Non è mai semplice guidare qui a oltre 227 miglia orarie di media e voler andare più forte… Ci abbiamo provato e talvolta siamo stati coraggiosi, ma altri hanno fatto un lavoro migliore rispetto a noi. Successi e fallimenti arrivano soltanto se si accettano grosse sfide. Noi l’abbiamo accettata. Ringrazio per il gran supporto sempre ricevuto qui sull’ovale e da casa.”

La domanda da porsi è abbastanza semplice: cosa non ha funzionato nella seconda avventura di Fernando con la McLaren a Indianapolis?

Mettendo il pilota sotto la lente d’ingrandimento c’è veramente poco da dire: ormai ci siamo fatti un’idea delle ragioni per le quali Fernando si trova in questa fase della sua carriera e conosciamo ancora meglio il suo valore competitivo sul catino dell’Indiana, provato nella precedente partecipazione alla 500 Miglia con un quinto posto in qualifica e la leadership per 27 giri in gara (sfortunatamente conclusa con un DNF per motivi tecnici riguardanti il motore).

Non avendo niente da dire sul pilota, bisogna focalizzare l’attenzione sulla McLaren, che ha accolto il risultato con “estremo disappunto”. Incominciamo sottolineando un particolare importante: nel 2017 la scuderia di Woking era in partnership con l’Andretti Motorsport, mentre quest’anno si è presentata come realtà indipendente (il progetto McLaren Indy, per l’appunto).

Il fatto di non poter disporre di una vettura preparata (con tutto il pacchetto tecnico relativo) da una delle realtà più competitive del panorama IndyCar ha sicuramente avuto il suo peso sulle prestazioni, senza contare tutte le sfide a livello organizzativo e logistico che un nuovo team deve affrontare se vuole essere competitivo sul catino dell’Indiana, come la capacità di risolvere situzioni impreviste.

Analizzando nello specifico la fase di preparazione svolta in quel di Indianapolis durante le ultime settimane, possiamo notare come questa non sia stata favorevole alla scuderia e al pilota: Alonso ha perso la maggior parte del primo giorno di test con un problema elettrico, nel secondo è andato a sbattere contro le barriere e nel terzo non ha girato, con meccanici e tecnici impegnati nell’aggiustare la vettura incidentata che, tra le altre cose, palesava problemi al motore.

Come risultato, Fernando e la McLaren hanno potuto provare in maniera decente solo il venerdì, concentrando in una giornata la preparazione di una settimana. Sicuramente tutti questi problemi hanno influito negativamente sulla fase di qualifica, soprattutto se inseriti nel contesto di una scuderia relativamente piccola alle prime armi, con il risultato di trovarsi con l’acqua alla gola e una monoposto non perfettamente preparata nei momenti cruciali.

Nonostante Indianapolis sia un circuito di una semplicità disarmante (quattro curve a sinistra…) la preparazione tecnica della vettura (assetti per corsa in aria pulita, compromesso per viaggiare in scia, strategie di qualifica e così via…) ha un ruolo chiave nel fare la differenza dal punto di vista delle prestazioni, perché la pista è in continua evoluzione: come testimoniato dai risultati, da questo punto di vista, l’esperienza dell’asturiano e della scuderia di Woking nel 2017 era stata di tutt’altro tenore.

Infine, se vogliamo essere pignoli, è piuttosto opinabile la marcia di specifico avvicinamento svolta dalla McLaren Indy verso l’evento: soltanto un giorno di preparazione, sul Texas Speedway a metà aprile, tra l’altro penalizzato da problemi tecnici. In parole semplici: la somma di tutti questi eventi ha portato al risultato di ieri, confermando il fatto che la 500 Miglia di Indianapolis, “il più grande spettacolo nel mondo delle corse”, sia una gara che non fa sconti a nessuno.

Cosa aspettarsi, dunque, per il futuro? Prendendo atto dei rumors secondo i quali ci sia una McLaren pronta a comprare un posto in griglia (eventualità non del tutto impossible ad Indianapolis…) come una suggestione psichedelica, se la volontà di Alonso fosse quella di continuare a competere per la Triple Crown, dovrà ritornare ad Indy: l’eventualità è da verificare, ma se così fosse, con chi tenterà la nuova avventura?

Proverà di nuovo l’esperienza con la McLaren Indy, magari spingendo per una nuova partnership, o cercherà un approdo più “sicuro” in qualche scuderia blasonata (le voci parlano di Penske)? Per quanto riguarda invece McLaren Indy, dopo l’esperienza di quest’anno, cosa sarà del progetto? Zak Brown proseguirà in un cammino parallelo alla Formula 1 in America o chiuderà baracca e burattini?

Come sempre, in presenza di domande sul futuro, scomodiamo il duo Mogol – Battisti citando una canzone famosissima: lo scopriremo solo vivendo.

Luca Colombo

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