Non capita certo a tutti di veder realizzato un film sulla propria vita. Anzi, si tratta di un privilegio riservato a pochi eletti. Personaggi capaci di catturare l’immaginazione popolare, di andare oltre i limiti della propria sfera di appartenenza ed entrare nelle vite di ognuno di noi. Perché tutti, appassionati e non della Formula 1, conoscevano chi era Niki Lauda.




Grazie anche alla rappresentazione cinematografica nel riuscitissimo film “Rush”, Lauda è diventato quello che è stato Nelson Mandela per la politica e Freddie Mercury per la musica. Icone universalmente riconosciute con alle spalle storie di vita degne di un romanzo, tali da essere raccontate e tramandate alle nuove generazioni.

Un romanzo, già. La storia di Niki Lauda è una di quelle capaci di oltrepassare i confini dello sport ed approdare direttamente nel ristretto novero degli esempi di abnegazione, forza e volontà in grado di rappresentare un punto di riferimento a qualsiasi latitudine.

Approdato al mondo delle corse contro la volontà della propria famiglia e dopo aver abbandonato gli studi universitari, Niki riuscì ad emergere nelle categorie minori fino a raggiungere il sogno di poter esordire in Formula 1, in qualità di pilota pagante prima con la March ed in seguito con la BRM. Qui trovò come compagno di squadra Clay Regazzoni, il quale si rivelò determinante per portarlo assieme a lui in Ferrari a partire dalla stagione successiva. Fu la svolta della sua carriera: dopo una prima annata di apprendistato, nel corso del quale mostrò anche a Maranello le sue grandi doti di messa a punto della vettura, Lauda conquistò nel 1975 il suo primo titolo iridato, con un ruolino di marcia inarrestabile che lo vide raggiungere l’aritmetica certezza del trionfo in una Monza colorata di rosso.

Le premesse per un bis nella stagione successiva sembravano esserci tutte: ma dopo un inizio di campionato in grado di confermare le aspettative della vigilia, arrivò il drammatico 1° Agosto ed il rogo del Nurburgring. Un incidente passato alla storia, soprattutto per i soccorsi prestatigli dai colleghi Merzario, Ertl, Edwards e Lunger che però non impedirono all’austriaco di riportare terribili ustioni. Ferite profonde nel corpo e nell’anima, incapaci di fermare la ferrea volontà di Lauda che, con uno dei recuperi più incredibili nella storia dello sport, si ripresentò in pista ad appena 42 giorni di distanza dall’incidente, con il volto ancora sanguinante. L’epilogo del Mondiale si risolse in favore di James Hunt, soltanto dopo il clamoroso ritiro del rivale nella prova decisiva sotto il diluvio del Fuji, quando Lauda si fermò volontariamente in quel gesto in cui manifestò il proprio “coraggio di avere paura”.

Ma Niki era tutt’altro che finito. Nel 1977 lo dimostrò ampiamente, conquistando il suo secondo titolo con la Ferrari prima di andarsene “sbattendo la porta” con due gare di anticipo, per accettare l’offerta milionaria della Brabham. Seguirono anni bui, con una monoposto non all’altezza che lo portò all’improvviso ritiro nel 1979, a soli trent’anni. Sarebbe tornato sui suoi passi poco più di due anni più tardi, dopo aver tentato (inizialmente senza troppa fortuna) di cimentarsi nel ruolo di imprenditore fondando una propria compagnia aerea: la McLaren lo accolse a braccia aperte, e a Lauda furono sufficienti tre gare per tornare a vincere.

Il 1984 fu l’anno del suo terzo trionfo iridato, precedendo per solo mezzo punto quell’Alain Prost che di lì a poco ne avrebbe raccolto l’eredità, diventandone il successore anche nella maniera di interpretare le corse, così calcolata e quasi scientifica. Appeso definitivamente il casco al chiodo nel 1985, Lauda si è poi dedicato alla propria brillante carriera imprenditoriale nel settore dei trasporti aerei, svolgendo anche incarichi di prestigio per scuderie di Formula 1 quali Ferrari, Jaguar e infine Mercedes, per il quale era presidente onorario.

Oggi, qualsiasi sito web e qualsiasi telegiornale apre con la notizia della sua scomparsa. Niki Lauda è stato infatti molto più di un semplice pilota. La Formula 1 gli sarà eternamente grata. Perché i Miti non muoiono mai.

Marco Privitera

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