Volge al termine una giornata in cui il mondo ha appreso della scomparsa di Niki Lauda, evento che lascia un senso di vuoto e di amarezza negli appassionati, ma anche in chi non ha mai seguito con troppo interesse l’automobilismo: come ha scritto Lewis Hamilton in un tweet, facciamo fatica a credere che l’austriaco non sia più tra noi. La figura di Niki Lauda, però, è stata una figura vitale, per cui non possiamo chiudere la giornata su una nota troppo grave.




La scomparsa di Niki ci priva sì di un pilota tre volte campione del mondo (tra l’altro con i titoli ottenuti in un’epoca in cui “il sesso era sicuro e l’automobilismo pericoloso”) e di una personalità ai box che negli ultimi anni ha vinto a mani basse, ma voler limitare Lauda a questo contesto puramente statistico è soltanto ingiusto, perché l’austriaco è stato di più del suo curriculum.

Niki è stato il pilota che, come pochi, ha portato la Formula 1 nell’era moderna, nella quale il pilota non è più meramente un personaggio bravo con il volante e con uno scarso istinto di autoconservazione, ma è parte integrante di un progetto più ampio, di un approccio più meticoloso e scientifico alla competizione, magari forse non spettacolare come l’approccio di James Hunt o Clay Regazzoni, ma di sicuro redditizio. Tra le altre cose, l’austriaco è stato anche una delle forze trainanti nella ricostruzione della GPDA all’indomani delle tragiche scomparse di Ratzenberger e Senna.

Niki è stato l’uomo che ha vissuto due volte e in entrambe le vite non ha mai avuto paura di dire quello che pensava e di agire come meglio credeva, anche se a volte questo lo ha reso piuttosto ruvido. Non ha avuto nemmeno paura ad imbarcarsi in progetti senza fortuna, come la poco esaltante esperienza in Jaguar (finita tra l’altro con un siluramento), o con poche prospettive, come l’ingresso in AMG Mercedes prima dell’arrivo di Lewis Hamilton.

La forza propulsiva nella sua seconda vita l’ha trovata da una fonte inaspettata: “Pensando positivo e vivendo sempre fino in fondo tutte le esperienze, Clay Regazzoni mi ha insegnato ad amare la vita. Il gusto della vita l’ho imparato proprio da Clay e dopo il mio incidente il suo insegnamento è stato ancora più prezioso. Perché se c’era un talento di Clay superiore agli altri, questo era il suo pensare positivo.”

La vera natura di Niki Lauda è, però, da ritrovare in aneddoti curiosi come quello riportato in un’intervista apparsa sul Süddeutsche Zeitung nel 2013, con Daniel Brühl a testimoniare: “Era uno di quei programmi americani del mattino. Sono arrivati e la presentatrice, bionda, alta, una gran bella ragazza: voleva fare un’intervista dove era accaduto esattamente l’incidente e si aspettavano qualcosa del tipo ‘piangerà di sicuro, sarà un momento emozionale’. Io, invece, avevo preso un piccolo croissant dal buffet della colazione e lo avevo nascosto nell’erba lì vicino. Lei inizia: ‘Signor Lauda, come si sente ad essere qui?’ Ed io: ‘Un momento…’ Vado verso il prato, frugo e dico: ‘Oh guarda… Il mio orecchio!’ Da quel momento lei non ha più capito niente e abbiamo dovuto rifare la scena.”

Freddo nella messa a punto, ma con un approccio positivo alla vita, Niki Lauda è stato un grandissimo pilota, ma prima di tutto è stato un uomo: certo aveva i suoi lati spigolosi, spesso riusciva a calamitare le antipatie e aveva dei difetti evidenti. In un certo senso è questo misto di elementi che da la forma ad una persona e ad un uomo, in questo senso un grande uomo: per questi motivi, nonostante tutto, gli si voleva bene.

Anche perché, lui è stato il primo (o forse è stato l’uomo per cui è stato più evidente) in cui il concetto di Formula 1 si è legato talmente a doppio filo da fondere entrambe le entità: per questo motivo la sua scomparsa tocca anche chi non mastica tanto l’automobilismo.

Ciao Leggenda!

Luca Colombo

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