«Nada pode me separar do amor de Deus» che tradotto in italiano è “Niente mi può separare dall’amore di Dio”. Potrebbe essere una frase scritta su qualsiasi tomba al cimitero. Ma no, questa non è una semplice frase scritta su una qualsiasi tomba. Questo è un passo della Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani e si trova scolpita sulla tomba numero 11 del Cimitero di Morumbì a San Paolo del Brasile ed è la tomba di uno dei più grandi piloti, se non il più grande, della storia della Formula 1: Ayrton Senna da Silva o semplicemente Ayrton Senna.

Quando si racconta la storia di una persona si parte sempre dagli inizi, in questo caso è la parte finale quella più interessante. La sua carriera in Formula 1 è durata solamente 10 anni, dall’esordio con la Toleman nel 1984 al tragico weekend di Imola del 1994, ma sono gli anni dall’88 al 94 quelli più interessanti dal punto di vista umano e del rapporto con Dio. Conosciamo benissimo Ayrton Senna dal lato pilota (161 gare, 41 vittorie, 65 pole position, 3 titoli mondiali) ma dal lato umano sappiamo solamente che era una sorta di divinità per i brasiliani che cercavano una nuova “guida” in un periodo difficile fatto di vari problemi sociali.

Nessuno però sapeva di quel suo stretto legame con Dio ed anche lui non ne parlava apertamente ma nelle interviste parlava inizialmente di una “forza interiore”. Di questa “forza interiore” ne parla nel weekend più particolare della sua carriera, a Monaco nel 1988 al primo anno con la McLaren-Honda. “È arrivato un momento in cui ero di due secondi più veloce di chiunque altro. All’improvviso mi sono reso conto che stavo superando i limiti di coscienza. Era troppo”. In qualifica aveva rifilato 2” al suo avversario, quell’Alain Prost che ritornerà anche nell’ultimo weekend della sua carriera. In gara letteralmente volava ed aveva un vantaggio di quasi 1’ su Prost fino all’incredibile incidente al Portier. “Quell’incidente mi ha fatto pensare molto, mi sono posto tante domande. Credo che le cose che abbiamo, quelle delle quali siamo consapevoli e quelle di cui non lo siamo, ce le abbia date Lui (…) Non è stato solo un errore di guida. L’incidente è stato solo un segno del fatto che Dio era lì ad aspettarmi per darmi la mano”.

In questa intervista post gara Senna parla per la prima volta del suo rapporto con Dio. Ma da dove arriva questo stretto legame con Dio? Il rapporto profondo di Ayrton Senna con la religione aveva radici lontane derivanti dalla sua famiglia, in particolar modo dall’educazione ricevuta dalla madre. Nella sua valigetta personale Senna portava con sé la Bibbia e prima di ogni partenza ne leggeva un passo. Un altro esempio dello stretto legame di Ayrton con Dio e la religione è il giorno in cui diventa campione del Mondo a Suzuka. Dirà nell’intervista post gara: “Pregavo, ringraziando Dio per il fatto di essere il campione del mondo. Mentre concentrato al massimo affrontavo una curva di 180°, ho visto l’immagine di Gesù, grande, lì, sospesa, che si elevava verso il cielo. Quel contatto con Dio è stato un’esperienza meravigliosa”. Negli anni successivi poi si difendeva da chi lo accusava di vincere solo grazie all’aiuto di Dio con queste parole: “Mi ferisce che si dica che credo di essere imbattibile a causa della mia fede in Dio. Ciò che voglio dire è che Dio mi dà la forza e inoltre che la vita è un dono che Dio ci ha dato e noi siamo obbligati a mantenerlo con cura”.

Il terzo esempio chiave del suo rapporto con Dio è ancora a Montecarlo ma nel 1990, 2 anni dopo l’incidente al Portier: “Negli allenamenti del sabato mi sono reso conto che la macchina era squilibrata, senza possibilità reali di vittoria. Vincere a Montecarlo era molto importante, e l’ho spiegato a Dio. Lui sa tutto ciò che ci passa nel cuore, ma è necessario offrirsi attraverso la preghiera, ed è quello che ho fatto”. Inutile dire come finì poi quella gara…vittoria.

Sappiamo tutti poi come è proseguita la sua carriera, ma ciò che è interessante oltre al suo rapporto con Dio è anche la visione della morte e la paura di farsi male durante una gara. I due acerrimi rivali Prost e Senna sono arrivati a “battibeccare” anche su questo tema. Prost dice: “Ayrton ha un piccolo problema, crede di non potersi ammazzare solo perché crede in Dio e in cose del genere. E’ molto pericoloso per gli altri piloti”. Gli risponde Senna: “Solo perché credo in Dio ed ho fede in Lui non significa che sono immortale, che sono immune dai pericoli. Ho paura di farmi male come chiunque altro, specie in Formula 1”. Paura che è sorta assistendo al terribile incidente di Martin Donnelly a Jerez nel 1990 (pilota per fortuna vivo). “Ero nel box, le prove sono state interrotte. Ho sentito diverse persone dire che Martin Donnelly ha avuto un incidente, che era stato un brutto incidente, una tragedia. Così ho deciso di recarmi sul posto per giudicare di persona. Mi sono passati per la testa milioni di pensieri. Alla fine mi sono reso conto che non volevo rinunciare alla mia passione pur avendo visto quello che avevo visto. Ho cercato di recuperare la calma e la concentrazione, sono risalito in macchina ed ho ripreso a correre cercando di fare ancora meglio perché era l’unico modo per attutire l’impatto che la cosa aveva avuto su di me. Non ero pronto a mollare. Per quanto avessi paura di continuare, non ero pronto a mollare il mio traguardo, il mio scopo, il mio obiettivo, la mia passione, il mio sogno, la mia vita, perché questa è la mia vita”. Dopo questo incidente dirà: “Stando a quanto ho sentito non è più in pericolo di vita, il che è moltissimo considerando la gravità dell’incidente. Quello che è successo a lui può succedere a chiunque di noi, certo ci sono cose che si possono prevedere e cose che non si possono prevedere, queste ultime sono le più pericolose come dimostra l’incidente di oggi. Spero che in futuro non si verifichi più”.

Ritornando all’argomento “forza interiore”, la famosa “forza interiore” ritorna nel 1991 quando è al comando del GP di casa e gli si rompe definitivamente il cambio (bloccato in sesta). Trova comunque una grandissima forza interiore per andare a vincere una gara che non era mai riuscito a vincere. Per i brasiliani è delirio, il loro idolo che vince la gara di casa. Dirà nel post gara: “Ho lottato duramente, volevo finire la corsa e finirla in prima posizione perché Lui è il più grande e mi ha concesso questa corsa. E’ la verità, è andata proprio così. E’ Dio che mi ha regalato questa corsa, è stato entusiasmante”.

Senna ha rapporti speciali con pochissime persone, e tra queste persone c’è il medico della Formula 1 Sid Watkins con il quale parla di tante cose che capitano in Formula 1 confidandogli anche le sue paure sul destino e sul farsi male. E la paura di farsi male torna a manifestarsi nel weekend più tragico della Formula 1: il Gran Premio di San Marino del 1994. Premessa: prima delle modifiche attuali, la curva del Tamburello si percorreva in pieno. L’esterno della curva però non si poteva modificare perché dietro al muro della curva scorreva un fiume…

Venerdì 29 aprile: prima ferita nell’animo di Ayrton. Il brutto botto di Barrichello alla Variante Bassa. Il pilota è ok ma Senna non è tranquillo e la paura di farsi male in gara si riacutizza subito dopo questo incidente.
Sabato 30 aprile: secondo colpo. L’incidente mortale dell’austriaco Roland Ratzenberger all’uscita dalla Villeneuve. Senna è ancora più inquieto e scosso e si confida con Sid Watkins. Ayrton trova il coraggio e la domenica si presenta in pista portando con sé una bandiera austriaca nell’abitacolo della sua Williams.
Domenica 1 maggio, mattina: Senna chiede a Dio di parlargli e poi legge un passo della Bibbia nel quale c’è scritto che Dio gli avrebbe fatto il regalo più grande, Dio stesso.
Domenica 1 maggio, pre gara: Senna è pensieroso, non è tranquillo, ripensa ai fatti dei giorni precedenti. E’ l’unico in griglia che ancora non indossa il casco ed il passamontagna, è un segnale di turbamento. Il volto corrucciato, un sorriso appena abbozzato, presagio di qualcosa di negativo.
Domenica 1 maggio, partenza: altro incidente a rendere più cupo il weekend. Collisione tra Lehto e Lamy, detriti e gomme che volano e che feriscono spettatori, altro panico.
Domenica 1 maggio, 14.17: la Williams numero 2 si schianta contro il muro del Tamburello a 211 km/h. L’urto è violentissimo, la vettura rimbalza quasi in pista semi distrutta. Ayrton non esce dalla vettura, il suo casco giallo ha un impercettibile movimento quasi a raddrizzarsi ma è una mera illusione che tutto possa andare a buon fine. Ayrton viene estratto dalla vettura che ha ancora attività cardiaca e respiratoria ma non cerebrale (un pezzo della sospensione gli è entrato nel casco conficcandosi in testa e la decelerazione dell’incidente ha fatto il resto). Racconterà poi Sid Watkins ricordando Ayrton: “Lo tirammo fuori dall’abitacolo, gli togliemmo il casco e lo intubammo per farlo respirare. Dai segni neurologici mi resi conto che il trauma alla testa gli sarebbe stato fatale. Poi emise un sospiro ed il suo corpo si rilassò. Io non sono religioso ma fu in quel momento che pensai che il suo spirito avesse lasciato il suo corpo”.
Alle 18.40 Ayrton Senna viene ufficialmente dichiarato morto.
Il 4 maggio la salma di Ayrton Senna torna nel suo Brasile su un volo della Varig non nella stiva ma insieme ai passeggeri in uno spazio ricavato togliendo alcuni sedili della prima classe. Il Brasile si ferma per 3 giorni di lutto nazionale. Con la morte di Senna se ne va un simbolo ed una speranza per il popolo brasiliano afflitto da numerosi problemi sociali.
Il 5 maggio Ayrton Senna viene seppellito nel Cimitero di Morumbì, tomba numero 11.

Marco Pezzoni

(Citazioni liberamente tratte da testi dedicati ad Ayrton Senna)

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