8 Marzo in monoposto: storie e profili delle donne nel motorsport

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Oggi il calendario ci ricorda che è l'otto Marzo, la festa internazionale della donna. Per quanto la ricorrenza sia più o meno sentita o più o meno bistrattata, dipende dai contesti, vorremmo celebrare l'altra metà del Cielo che la domenica si mette un casco e si siede dietro un volante, prendendo in considerazione quattro profili di donne che hanno corso nelle categorie più esposte del panorama motoristico internazionale (Formula 1 e IndyCar in tutte le sue declinazioni).

La prima donna calatasi in un abitacolo di Formula 1 per disputare un Gran Premio è stata un'italiana: tra il 1958 e il 1959 Maria Teresa De Filippis, proveniente dalle corse in salita e dalle gare di durata, si presenta in pista per cinque appuntamenti del campionato. Il suo migliore risultato è stato un decimo posto sul tracciato lungo di Spa-Francorchamps a bordo di una Maserati 250F e, per quanto poco lusinghiero sia il distacco finale di due giri, è bene ricordare due punti importanti: il circuito da 14 km sulle Ardenne aveva una pessima reputazione tra i piloti (pericoloso e troppo veloce, dato che si correva a tavoletta su strade normali - una volta Jackie Oliver disse: "se andavi fuori strada, non avevi idea di cosa avresti colpito") e si correva in un'epoca in cui tornare a casa senza ammaccature (per utilizzare un eufemismo) era già un risultato di un certo rilievo. Per due volte, entrambe a Montecarlo, la De Filippis è stata estromessa dallo schieramento per il tempo di qualifica non raggiunto (la prima, nel 1958, insieme a un certo Bernie Ecclestone, che ai tempi si dilettava come pilota...) e al Gran Premio di Francia del 1958, corso presso Reims-Gueux, il direttore di gara ne decretò la stanzialità ai box perché "l'unico casco che una donna dovrebbe indossare è quello del parrucchiere".

Oggi viviamo nell'era globale, ma quarant'anni fa l'eco di quello che succedeva in Europa non arrivava in America e quindi si è dovuto aspettare quasi due decenni per vedere in azione su una Formula Indy Janet Guthrie, la cui storia si lega all'iconica 500 Miglia di Indianapolis: nel 1976 tenta senza fortuna la qualificazione, ma nel 1977 e nel 1978 riesce a guadagnarsi una piazzola sullo schieramento, diventando così la prima donna a prendere il via sul catino dell'Indiana ed impreziosendo i risultati con un nono posto (nel 1978, alla guida di una Wildcat 3 - DGS). Nella sua carriera si contano undici partenze in IndyCar con un quinto posto come migliore risultato e una corposa parentesi nella NASCAR. Quando, nel 1987, un giornalista del Los Angeles Times chiese alla diretta interessata una spiegazione plausibile sulla sua sparizione dai radar delle competizioni di un certo livello, la Guthrie risponse in maniera inappellabile: "Per correre servono soldi e le corporate che cacciano la grana ragionano con una mentalità alla "Good Ol'Boys", per cui una donna alla guida non può essere competitiva".

Maria Grazia, meglio conosciuta come "Lella", Lombardi era una donna che con il volante ci sapeva fare. Lo si capiva, dicevano, da come guidava il furgone per le consegne (aiutava il padre commerciante di carni) e lo si capisce dai risultati più che dignitosi raccolti in varie categorie, tra le quali la Formula 5000. Tra il 1975 e il 1976 Lella mette assieme dodici apparizioni in gare di Formula 1, per lo più alla guida di "bagnarole", con le quali riesce a consegnarsi alla storia conquistando un piazzamento a punti in una delle pagine più terribili della storia dei Gran Premi: Spagna 1975, Montjuich, un tracciato semplicemente inadeguato per ospitare una gara del genere, nel quale la monoposto di Rolf Stommelen vola senza controllo (a causa di un cedimento meccanico) in mezzo al pubblico. La Lombardi porta a casa un sesto posto che vale solo mezzo punto, in virtù della sospensione della gara, ma è una frazione di unità pesantissima, dato che ad oggi è l'unica incursione "rosa" nel paniere dei punti della massima Formula. In un certo senso abbiamo la prova che una driver può portare a casa dei buoni risultati e, per di più, Lella lo fa senza far notare e/o pesare il fatto di essere una donna: sia in Formula 1, come nel Mondiale Sport o nel Turismo, l'importante è mettersi dietro tutti, indipendentemente dal genere sessuale. Che poi sarebbe l'ambizione di ogni pilota.

Con Danica Patrick, la questione si mette su un piano totalmente differente. La statunitense, con un passato senza infamia e senza lode nelle Formule minori, fa un travolgente esordio in IRL nel 2005: nel giro di poco tempo mette assieme tre pole position, un quarto posto finale (con una decina di giri al comando) alla Indy 500 e un paio di servizi fotografici "aggressive". Nel 2008 Danica vince l'appuntamento giapponese IRL sul Twin Ring di Motegi, diventando la prima donna ad imporsi in una gara di Formula Indy. Passata dalla Formula Indy alla NASCAR, è ancora attiva in pista, ma, sfortunatamente per lei, dopo la vittoria in Giappone si è vista raramente in zona podio. La particolarità di Danica Patrick è stata la capacità di sfruttare l'impatto mediatico del personaggio, esaltando la femminilità e facendo perno proprio sul fatto di essere donna: spesso questo ha condizionato il metro di giudizio sulle sue doti in pista finendo per polarizzare il tifo del pubblico sugli spalti in coloro che stravedono per lei e in coloro che non possono sopportarla (storico il poco lusinghiero nomignolo di "The Princess" appioppato per il suo carattere non proprio facile). Che se ne parli bene o che se ne parli male... ma che se ne parli!

Alla fine di questa breve analisi, colpevolmente limitata a pochi profili della storia delle corse, possiamo trarre qualche conclusione che potrebbe essere utile a chiarire una volta per tutte una "questione femminile" che negli ultimi tempi sembra arrovellare il mondo della Formula 1: differentemente da chi sostiene il contrario, l'automobilismo ha la potenzialità intrinseca di livellare le differenze fisiche tra uomo e donna, lasciando al cronometro l'ultima parola su chi sia più veloce o meno. Prima ci si capacita di questa semplice osservazione, prima si potranno raccogliere in pista i frutti di ciò che le pioniere dell'automobilismo hanno seminato, senza bisogno di particolari richiami, traini o giustificazioni dovuti alla differenza di genere.

Luca Colombo

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