Cinema da corsa | “Grand Prix” di John Frankenheimer: quando il mondo della Formula 1 apparve sul grande schermo

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È senza dubbio il capostipite e, per molto tempo, ha rappresentato anche la pietra miliare nonché un difficile metro di paragone per tutti gli altri film di questo genere: stiamo parlando di "Grand Prix" il film uscito nelle sale cinematografiche nel 1966 e diretto magistralmente da John Frankenheimer. La pellicola narra del campionato di Formula 1 visto nelle varie sfaccettature dei piloti: dal giovane di belle speranze al veterano prossimo a lasciare il volante, ma anche da un punto di vista femminile molto interessante per l’epoca.

L’idea di base è semplice e lineare: seguire un’intera stagione della massima formula. Infatti, a dare spettacolo ci pensano i bolidi e le sfide fra i piloti, il tutto contornato dal fascino femminile che non guasta mai. Il film si apre con il suggestivo Grand Prix di Montecarlo e la lotta fratricida tra i due piloti della BRM: Pete Aron (interpretato da James Garner) e Scott Stoddard (Brian Bedford): tra i due c’è un incidente nella zona del porto, con il primo che esce incolume, mentre il secondo è costretto per diversi mesi a restare lontano dalle piste.

Siamo in piena epopea degli “eroi del rischio”: i piloti vengono visti come i moderni cavalieri che sfidano la velocità e la morte, ed è proprio da questo mondo che vuole distaccarsi Jean-Pierre Sarti (interpretato da Yves Montand) il pilota della Ferrari, due volte campione del mondo, che guarda in maniera sempre più cinica alle corse.
Di tutt’altra visione il suo compagno di team Nino Barlini (Antonio Sabato) un ex-campione mondiale di motociclismo in cerca di gloria anche nel mondo delle quattro ruote, carismatico ma a volte arrogante.
A rendere il tutto più stuzzicante ci pensano le vicende umane dei vari piloti: Sarti, benché sposato, inizia una relazione con una scrittrice americana, Louise Frederickson (Eva Marie Saint) che man mano si appassionerà sempre più al mondo delle corse.
Più complicata la vicenda che accomuna Aron e Stoddard, con il primo che intraprende una breve relazione con la moglie del suo ex-compagno di team, mentre quest’ultimo si trova in piena crisi d’identità prima di rimettere casco e guanti e ritornare il pilota competitivo di prima.
Pete Aron, scaricato dalla BRM dopo l’incidente a Montecarlo, si accorda per terminare la stagione con la giapponese Yamura Motors.
Dopo varie vicissitudini, il campionato volge al termine con la gara conclusiva di Monza che, per l’occasione cinematografica (e per ammiccare agli spettatori americani) viene scelta nella configurazione con l’anello di alta velocità e le relative paraboliche, nonostante fossero già in disuso.
Anche il finale è pieno di suspance, colpi di scena ed azioni memorabili come tutto il resto del film, ma ovviamente sarà il lettore a scoprire chi sarà il campione del mondo!

"Grand Prix" è senza dubbio il primo esperimento volto a portare la Formula 1 nelle case degli appassionati che, grazie alle riprese onboard, possono immedesimarsi nei gesti dei piloti e nella complessità della guida di una monoposto.
Ma è la parte nascosta dietro lo schermo quella più interessante: per creare il film è stato chiesto l’aiuto a figure di tutto rispetto nell’ambito automobilistico quali Dan Gurney, Phil Hill e Carroll Shelby, che fecero da collegamento con il mondo delle corse, soprattutto perché le riprese avrebbero, in qualche modo, rallentato il normale svolgimento dei weekend di gara.
Fra i più riluttanti inizialmente furono gli uomini Ferrari, tanto che Frankenheimer dovette far vedere i primi trenta minuti di girato ai vertici del Cavallino: questi risposero in maniera entusiasta, tanto da permettere di girare all’interno della fabbrica, con lo stesso Enzo Ferrari che si complimentò personalmente con il suo altro ego cinematografico Adolfo Celi, anche se ovviamente per questioni di licenze il nome della scuderia fu modificato in Manetta-Ferrari.
Molti furono i piloti che presero parte alle riprese: Graham Hill, Richie Ginther, Joakim Bonnier, Jack Brabham, Lorenzo Bandini, Jim Clark, Bruce McLaren, oltre al cinque volte campione del mondo Juan Manuel Fangio, di cui si narra che nel girare ripetutamente la scena in cui brindava si ritrovò quasi ubriaco.

Le vetture utilizzate erano delle Formula 3 e Formula 2 opportunamente modificate, sia nelle forme che nelle livree: numerose furono le monoposto distrutte, tant’è vero che la produzione creò un cannone ad aria in grado di scaraventare le finte monoposto (costruite dalle vetture precedentemente distrutte) per simulare incidenti e scoppi delle stesse.
Grazie a "Grand Prix" dobbiamo la nascita del camera car: inizialmente le macchine da presa, grosse ed ingombranti, venivano alloggiate sia sulle monoposto che sulle Ford GT40 per mezzo di aste e ancoraggi molleggiati, ma quest’ultimi peggioravano la qualità delle riprese; fu deciso, pertanto, di eliminare le molle e le scene furono immediatamente nitide e stabili: memorabile è la ripresa in cameracar del tracciato di Spa Francorchamps fatta da Phil Hill.
Furono diversi i circuiti in cui vennero eseguite le riprese: Montecarlo, Clemont Ferrand, il già citato Spa, Zandvoort, Brands Hatch e Monza; altri circuiti furono solamente menzionati, come il Watkins Glen, l’autodromo Hermanos Rodriguez di Città del Messico ed il Nürburgring, che aveva un’esclusiva con Steve McQueen e John Sturges per il loro film, inizialmente intitolato “Day off the Champion”, e poi uscito nelle sale cinematografiche nel 1971 con il titolo di “Le Mans”.

L’opera di Frankenheimer non fu solamente apprezzata dai cultori del genere, ma ricevette numerosi apprezzamenti dalla critica e dal pubblico, vincendo anche tre premi Oscar come miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro, oltre a numerose nomination. Esso sarebbe restato inoltre, per lungo tempo, l’unico film incentrato sul mondo della Formula 1, oltre che impegnativo metro di paragone per dovizia di particolari e qualità del prodotto rispetto ad altri film sul tema.

Michele Montesano

 

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