La foto che accompagna questo articolo ritrae una frazione di secondo colta durante l’affollata passeggiata nella corsia box della domenica mattina, mentre le scuderie fanno le prove di pit-stop (con le vetture spinte dai meccanici) e si preparano alla gara che inizierà qualche ora più tardi. Non è uno scatto ben composto o candidabile a qualche premio, ma è un mio scatto, che, come tutte le foto sgangherate fatte durante questo fine settimana, racconta la mia storia come inviato al Gran Premio di Gran Bretagna.




Silverstone è un puntino disperso nella campagna inglese, in quel paesaggio caratterizzato da dolci colline “sempre più verdi” (per usare una citazione di Elton John) intervallate da qualche paesino con le case a due piani dai caratteristici mattoni, il pub e la chiesa. Si tratta di uno schema che si ripete simile come gli album di Luciano Ligabue (non me ne vogliano i fans), ma incorniciato nell’imprevedibilità del meteo locale durante la stagione estiva, ben descritto da una cartolina, molto popolare negli Anni Novanta, che ritraeva una pecora stilizzata. Infatti per tre giorni sono stato con il naso per aria a cercare di comprendere come si sarebbe messo il meteo.

L’autodromo, nel suo layout più recente (quello con l’inserimento del tratto dell’Arena, per intenderci), abbraccia (e non si tratta di un’iperbole letteraria) chi si sposta con la navetta dei media per raggiungere la sala stampa sopra i box partendo dai pressi di Brooklands. Il doubledecker-navetta passa tagliando a metà tra due sezioni distinte di pista, con le auto che sfrecciano tra le curve e il pubblico che esulta al loro passaggio.

Non essendoci mai stato prima, chiaramente non so valutare in maniera compiuta l’importanza del rinnovo in calendario per cinque anni (a quanto pare il competitor, per ora più fantascientifico che altro, è un tracciato cittadino a Londra): sappiamo quanto l’esercizio dell’impianto Silverstone sia in perdita, ma come primo impatto verrebbe da dire che se non ci fosse stato il rinnovo si sarebbe perso tanto, a cominciare dall’interesse del pubblico, per finire con il fatto di correre lì dove le Formula 1 vengono prodotte (scuderie italiane a parte).

Aver vissuto uno dei GP più spettacolari dell’anno praticamente in prima fila è stato un valore aggiunto enorme: ero lì dove e quando le cose succedevano ed è impagabile camminare nel paddock con Jackie Stewart a fianco, Charles Leclerc che ti chiede permesso in sala stampa, vedere da vicino il leggendario tifoso di Max Verstappen vestito da leone o trovarsi faccia a faccia con Marc Genè all’entrata dei bagni (che magari non è il posto migliore per trovarsi e stringersi la mano, ma così è andata…).

Cosa significa essere in prima fila? Mi è un po’ difficile spiegarlo in termini astratti, ma ci proverò in termini più concreti con qualche esempio.

Probabilmente da casa avrei gridato al complotto vedendo Hamilton vincere su una sosta e Bottas arrivare secondo con due. Sin dal venerdì era chiaro che il deterioramento delle gomme, soprattutto quelle anteriori e nonostante Pirelli avesse portato le gomme più dure di tutta la sua scala, sarebbe stato un problema: l’aveva confermato anche Binotto nell’incontro con la stampa dopo le FP2.

Le simulazioni lanciate dai team consigliavano di evitare le gomme morbide e di andare su una strategia a due pit-stop alternando le medie e le dure, ma poi in gara abbiamo visto Vettel stare fuori in maniera sorprendente per venti giri sulle rosse e Hamilton (come anche altri piloti, ora come ora mi viene in mente Raikkonen) riuscire a fare la gara su due stint, estendendo l’utilizzo delle bianche per più di metà gara, magari sfruttando in maniera provvidenziale la neutralizzazione per safety-car dovuta all’uscita di Giovinazzi.

Il secondo esempio riguarda Vettel. Durante le qualifiche ero aggrappato al muro a ridosso della corsia box sotto l’ingresso del Paddock Club (spinto da qualche stupida idea che mi suggeriva di trovare l’angolo migliore per ritrarre le vetture…) e da lì potevo vedere l’uscita dalla Stowe, le curve Vale e Club.

Mentre ero intento a non cadere fragorosamente e mettere a fuoco le vetture che passavano sotto, avevo annotato mentalmente come Verstappen e Leclerc affrontassero questo complesso insidioso in maniera molto agile, mentre Sebastian Vettel, tra i primi sei, avesse un approccio più cauto, con la netta sensazione visiva che l’auto non fosse perfettamente bilanciata.

Non c’è bisogno di aggiungere che quello non era un punto nel quale tirare la frenata, ma domenica si è trovato a “ballare” lì e ci ha provato lo stesso. Sappiamo com’è andata ed ora sapete come la penso.

Vorrei concludere con una piccola nota a margine: quando mi è stato proposto di vivere il GP di Gran Bretagna in prima fila non ero in grado di prevedere un’esperienza del genere. Per questo ringrazio LiveGP.it per avermi dato la possibilità di viverla e ringrazio (anche se non sono sicuro si possa fare) voi lettori per aver condiviso con me questo fine settimana, nel quale ho tentato di descrivere gli avvenimenti come succedevano e di trasmettere il mio entusiasmo. Spero vivamente di esserci riuscito.

Luca Colombo

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