Nicola Dutto, pilota cuneese 48enne, si è reso protagonista di una vera e propria impresa che ha segnato la storia della Dakar. E’ diventato, infatti, il primo pilota paraplegico a salire in sella alla propria moto e competere nella ‘classicissima’ sudamericana. Nonostante la trama lasci presagire ad una favola a lieto fine, un’incomprensione tra commissari e direzione gara ha fatto terminare in anticipo la gara al motociclista della KTM.

Intercettato da LiveGP, Dutto ha raccontato la propria esperienza sin dal post incidente, avvenuto nel 2010, e in un lungo percorso che lo ha portato prima a ripercorrere le stesse tappe affrontate da normodotato, sino all’idea divenuta realtà di correre la Dakar.

Nicola, raccontaci com’è nata questa “folle” idea di correre la Dakar

“Il progetto è nato dopo un po’ di tempo dal mio incidente del 2010. Inizialmente l’ultima cosa che pensavo era di tornare in moto, anche se non ho mai pensato di stare lontano dall’off road o comunque dallo sport in generale; ho sempre continuato a fare dello sport, vuoi la palestra o la piscina per tenermi in forma. Sono tornato in fuoristrada con un buggy nel 2011 e da quel momento mi è venuta la voglia di provare ad andare in moto, giusto per vedere se mi potevo divertire.”

Il risultato?

“Mi sono divertito talmente tanto che nel 2012 sono tornato a correre alla Baja Aragon poi da quel momento sono entrato tra le fila di KTM ed il nostro progetto dal 2013 in avanti è stato quello di ripercorrere tutte le tappe fatte da normodotato, ma da portatore di handicap. Ho corso tutte le gare che già avevo affrontato prima dell’incidente: dalla Coppa del mondo Baja, alla Baja in California 250, 500, 1000, la Vegas in Nevada ed  alcune prove del campionato di Enduro.”

“Nel 2016 terminato questo ciclo, abbiamo pensato a nuove sfide e ci siamo detti: ‘perché non la Dakar?’, sarebbe stata la ciliegina sulla torta di una bella carriera e di lì abbiamo iniziato a prepararci.”

“Il mio palmarès mi permetteva di gareggiare sia come normodotato che come paraplegico; l’organizzazione mi ha prima chiesto di partecipare a delle gare ‘navigate’ in Marocco per abituarmi agli strumenti di navigazione ed abituarmi alle Dune, ho imparato così ad affrontare la sabbia delle dune che è un po’ diversa dalla sabbia che trovo qui dove mi alleno.”

Quando hai saputo che la tua iscrizione era stata accettata?

“L’ho saputo come tutti gli altri piloti rookies a luglio, dopo aver effettuato una pre-iscrizione a maggio unita al versamento di una quota in denaro che viene restituita nel caso l’iscrizione non venga accattata. Poi a metà luglio io come gli altri piloti abbiamo saputo se l’iscrizione era stata accettata; nel mio caso ha voluto dire accettare oltre a me anche i tre ghost che mi seguivano.”

Qual era il tuo obiettivo di questa Dakar?

“Assolutamente quella di portarla a termine. Mi sono allenato tanto proprio per riuscire a portare a termine questo obiettivo. Ero molto sereno e tranquillo delle mie possibilità, mi sono divertito come non mai, mi sono divertito a guidare. Quando hai queste sensazioni non senti la fatica, insomma i chilometri passano velocemente.”

Tutti coloro che hanno affrontato la Dakar l’hanno definita come una delle gare più faticose della carriera, anche tu hai provato questa sensazione?

“La Dakar dal mio punto di vista non è una gara faticosa, è una gara stressante e lo è dal momento in cui ti iscrivi, dovendo sostenere una moltitudine di cose a livello burocratico ed uno stress quando sei là, già solo per le verifiche. A livello di fatica ovviamente è dura ma se ti alleni sai a quello che vai incontro.”

Raccontaci il triste epilogo della tua Dakar

“Il finale è stato amaro perché noi in quella tappa, la quarta, abbiamo avuto un problema con la moto di un ghost rider, siamo stati fermi tre ore in prova speciale per cercare di risolverlo. Rischiavamo in quel modo di rimanere all’interno della prova fino a notte fonda e questa era una cosa che volevo evitare assolutamente, quindi abbiamo deciso di lasciare indietro uno dei miei tre piloti non riuscendo a risolvere il problema.”

“Arrivati in un tratto di neutralizzazione su asfalto ho deciso di sfruttare un jolly che puoi giocarti una tantum durante la gara, che significa tagliare il percorso, prendere una penalità ed arrivare direttamente al bivacco.”

“Arrivati al tratto di neutralizzazione abbiamo chiesto ai marshall quello che avremmo dovuto fare per raggiungere il bivacco ed usufruire di questo jolly, loro ci hanno indicato la strada da seguire. Già avevo mosso qualche dubbio chiedendo di contattare la direzione di gara, cosa che hanno fatto per due volte assicurandoci sul da fare.”

“Così abbiamo fatto, al bivacco il direttore di gara ci ha comunicato che eravamo fuori gara perché avremmo dovuto seguire ancora una parte di percorso. Nonostante l’aver fermamente esposto che avevamo solamente seguito quanto detto dai commissari, la direzione nonostante l’errore ci ha comunicato, anche in modo sgarbato, che la decisione era definitiva.”

“Posso ammettere parte dell’errore, però ho seguito dei consigli dati dai loro commissari. Avrei accettato 10, 20 ore di penalità, non sarebbe cambiato niente a nessuno.”

“Avrei preferito che il deserto vincesse su di noi e non delle regole stupide, gestite ad hoc, hanno fatto si che venissimo estromessi dalla gara. Secondo me si poteva risolvere da persone mature ed adulte. Alla fine un boomerang mediatico si è scagliato contro di loro, ma io vengo a casa un po’ con l’amaro in bocca per questa decisione.”

A caldo avevi dichiarato di non voler più correre la Dakar. La decisione è definitiva o potresti ripensarci?

“Per il momento sì, è definitiva. Se io in questo momento dovessi ripensare di partire ad allenarmi, come lo scorso anno, da fine gennaio, già concentrato sulla Dakar non sarebbe semplice gestire tutto lo stress collegato all’iscrizione, alla ricerca di sponsor; bisognerebbe rimettere in moto una macchina che in questo momento non ho tanta intenzione di far ripartire.”

Progetti futuri?

“Devo sentire KTM, vedere i programmi futuri; abbiamo in mente delle cose: a livello sportivo mi piacerebbe tornare a correre negli Stati Uniti, così come a livello turistico ci sono molte manifestazioni alle quali dovrò prendere parte per portare in giro la mia storia, la mia esperienza.”

Samuele Fassino

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