Per tutti coloro ormai non più giovanissimi, il week-end del 1° Maggio 1994 richiama alla mente una sequenza di flashback capaci di rimanere drammaticamente impressi nella memoria di ognuno. Una vera e propria escalation di paura, iniziata con il pauroso incidente di Rubens Barrichello nelle prove del venerdì e proseguita con la morte di Roland Ratzenberger durante le qualifiche, per concludersi durante il Gran Premio con lo schianto fatale al Tamburello del più grande di tutti: Ayrton Senna.




La scomparsa del campione brasiliano rappresenta ancora oggi uno di quegli eventi “epocali”, capaci in questo caso di cambiare la storia di uno sport ma al tempo stesso di rappresentare una ferita profonda nell’animo di moltissime persone. Come avvenuto per Freddie Mercury nella musica o per James Dean nel cinema, quando un rappresentante di spicco di un mondo scompare in età ancora giovane esso finisce per entrare in quella dimensione capace di trasformarlo da punto di riferimento a vera e propria icona universale.

Da Mito a Leggenda, insomma, in un passaggio per certi versi impercettibile ma che oggi è reso ancor più evidente dai moderni mezzi di comunicazione, capaci di narrare storie, rappresentare simbologie e consacrare ad emblema personaggi vissuti in passato e che, senza l’avvento di Internet, si sarebbero soltanto potuti apprezzare attraverso le riviste ed i libri di storia.

Anche per questo motivo, ancora oggi Ayrton è più “vivo” che mai: le nuove generazioni hanno avuto l’opportunità, pur non vivendo nella sua epoca, di assaporare ricordi, sensazioni ed emozioni trasmesse da un campione universalmente riconosciuto, capace di raccogliere al suo fianco un’intera Nazione ed in grado di rappresentare il punto di riferimento per tanti giovani che oggi si affacciano a questo sport.

Il tutto nonostante ancora oggi, a distanza di 25 anni da quel fine settimana, si faccia fatica ad accettare il fatto che una sceneggiatura apparentemente scaturita da un film horror possa essersi trasformata in realtà, gettando milioni di persone nello sconforto e cambiando per sempre il mondo della Formula 1: uno sport che, privato del suo personaggio più illustre ed amato, da quel giorno non sarebbe mai più stato lo stesso.

Venticinque anni nel corso dei quali la massima categoria dell’automobilismo è profondamente cambiata, grazie all’innesto di nuove tecnologie, accorgimenti regolamentari e misure di sicurezza che hanno regalato ai protagonisti di questo mondo una sorta di invulnerabilità. Decine di incidenti, gli stessi che in passato avrebbero potuto avere conseguenze fatali, si sono infatti spesso risolti senza alcuna ferita per i piloti coinvolti, grazie anche a quanto appreso da quel tragico week-end di Imola. La fatalità, in uno sport ad alto rischio come la Formula 1, può risultare sempre dietro l’angolo, come il caso di Jules Bianchi purtroppo insegna: eppure, se da un lato quel fine settimana ha spezzato due giovani vite, dall’altro è servito per salvarne molte altre negli anni a venire. Il sacrificio di Ayrton e Roland non è rimasto invano.

Marco Privitera

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